Italy Press

 

 

 

 

 

Ottobre2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Privacy e cybersecurity, manuale di igiene cibernetica

 

 

 

 

 

 

 

« SE UN GIOVANOTTO dagli occhi verdi, sorridente e muscoloso nella foto sotto la palma, ti chiede l’amicizia su Facebook, non è detto che voglia proprio te. Lo stesso vale per la bionda in topless e sorriso d’ordinanza che a tarda notte ti invita a chattare con lei. Potrebbe trattarsi di un profilo fasullo, e spesso lo è, impersonato da un chatbot, un software automatico, che a notte fonda ti chiede di fare sesso virtuale solo per catturare i tuoi screenshot e ricattarti. Dietro al software ci sono organizzazioni criminali che con questi trucchi fanno soldi a palate. Lo stesso vale per quel contatto su Tinder che tanto ti è piaciuto ma che invece di mandarti fiori digitali ti installa un virus sul telefonino al primo messaggio via WhatsApp. Oppure per l’email di un conoscente che ti chiede di cliccare sul link di un sito di e-commerce fasullo, ma in tutto e per tutto simile a quello della tua marca preferita. Non ci troverai l’offerta strabiliante promessa, ma una truffa bell’e pronta per rubarti i dati della carta di credito.

Dovremmo sapere che se una cosa è troppo bella per essere vera, probabilmente non lo è. Sono solo alcuni esempi per dire che bisognerebbe imparare a proteggere meglio le proprie interazioni in rete facendosi un poco più furbi. Se è vero che è impossibile proteggersi completamente nel cyberspazio, oramai abbiamo decine di profili e account, è possibile rendere la vita complicata a truffatori e rapinatori digitali. E il primo passo per farlo è ricominciare a dare valore alla propria privacy, imparando a schermare i propri dati personali e a proteggerli con i tanti strumenti oggi disponibili, a cominciare dall’uso accorto delle password, usando un antivirus e facendo una copia frequente dei documenti importanti che teniamo sul computer. E poi ancora, evitando di dare ai bambini a casa lo stesso dispositivo che usiamo per lavoro, evitando di connetterci al wi-fi pubblico non protetto di bar e ristoranti, controllando i siti che visitiamo e imparando a riconoscere imbroglioni e fake news. Con un’attenzione particolare alle password, la prima linea di difesa dagli hacker criminali, utilizzando un password manager, un software che le sblocca tutte, ricordandotene solo una robusta e complessa e adottando l’autenticazione a due fattori, con l’uso di un pin, una seconda password, per metterci al riparo di qualcuno che si vuole intrufolare nelle nostre connessioni.

In fondo sono semplici norme di cyber-igiene, igiene informatica, insomma, che servono a tenere computer, tablet e telefoni “puliti” e al sicuro da ospiti indesiderati, virus e malware, come quando ci laviamo le mani per evitare di prenderci un’infezione. La Privacy è l’altra faccia della cybersecurity. In un mondo digitale infatti i dati che rappresentano i nostri comportamenti sono digitalizzati, dagli acquisti online alle chat, e possono essere usati contro di noi e per questo vanno difesi. Una gestione poco accorta dei dati personali può sfociare sia in un furto di identità, sia nella perdita di un’opportunità di lavoro, perché colpevolmente mettiamo in mostra incautamente questo “tesoro” su piattaforme digitali che poco rispettano le leggi europee sulla privacy.” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pupi Avati: uno, cento Dante

Il regista presenta il progetto del film in vista del 2021, quando cadranno i 700 anni dalla morte. E sposa la proposta del «Corriere» di una Giornata per il poeta: il Dantedì

 

 

 

 

 

 

 

 

“Si avvicina l’anniversario (settecento anni dalla morte di Dante Alighieri , avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321), e fra le altre iniziative in preparazione, il «Corriere della Sera» ha lanciato la proposta di istituire il Dantedì, una Giornata celebrativa in onore del poeta da fissare sul calendario («La trovo una proposta assolutamente da condividere. Dedicare una giornata dell’anno a Dante costringerebbe la scuola italiana a occuparsene con impegno e creatività», dice Pupi Avati). L’anniversario potrebbe anche essere l’occasione buona per Pupi Avati di realizzare un progetto che ha in mente da tempo, un film su Dante.

Perché Dante?

«Perché ha saputo sublimare le pene e le ingiustizie patite lasciandoci il poema di più alta poesia che mente umana possa concepire».

Da quanto tempo ha questa passione?

Il regista Pupi Avati

«Alle scuole che ho frequentato debbo insofferenza, noia, diffidenza nei confronti di ogni proposta culturale. Furono solo le arcane illustrazioni di Gustave Doré ad affascinarmi, erano in un grande volume che mia zia Rina mi squadernava sul tavolo di cucina, per potersi appartare con mia madre e confidarle le sue pene d’amore. Fu il malsano godimento suggeritomi da quel visionario dispiego di atrocità (non credo di essere mai andato oltre l’Inferno), a rendere fin da quella mia remota età seducente la Divina Commedia. Ma fu innamoramento che non andò oltre la consapevolezza della fortuna di non essere figlio del Conte Ugolino».

E quale Dante oggi le interessa di più? Il poeta padre della lingua e della poesia italiana? Il poeta d’amore? L’uomo politico?

«La curiosità che finalmente provai nei riguardi dell’autore di quell’opera si sarebbe appalesata solo molti anni dopo quando mi trovai a realizzare, con spirito rosselliniano, Magnificat, un film di ambientazione medievale. Nella sterminata bibliografia alla quale ricorsi per la sceneggiatura mi imbattei nelle cronache di Villani e di Dino Compagni, in quel contesto socio-politico, violentissimo, in cui visse Dante stesso. Incontrai così quel ragazzo che componendo l’incantevole diario che è la Vita Nova, scopre amore e poesia allo stato puro in una condizione di ineffabile creatività. Questo è il primo Dante che vorrei narrare».

C’è il Dante eletto dal Risorgimento come profeta dell’Unità d’Italia. E c’è l’uomo in esilio costretto a vivere lontano dalla sua città, per cui prova nostalgia e odio. Da qui nascono le celebri invettive contro chi lo aveva esiliato, contro i nuovi ricchi corrotti, contro il papa Bonifacio VIII.

«Nel mio racconto, al Dante che con il sodale Guido Cavalcanti in uno scambio poetico “inventa” il dolce stil nuovo si va a sostituire l’Alighieri pieno di spavento alla Battaglia di Campaldino, e via via l’Alighieri assillato dai debiti che si fa politico, riuscendo a ottenere il Priorato, carica che causerà la sua rovina. Condannato all’esilio per baratteria e quindi al rogo, ecco l’Alighieri che implora Arrigo VII di espugnare la sua Firenze definita Idra Pestifera, l’Alighieri perennemente in fuga costretto a chiedere protezione alle varie signorie, l’Alighieri vessato dalla Chiesa nella persona del cardinale Del Poggetto. Il quale, non appagato dall’aver bruciato il De Monarchia nella piazza del mercato di Bologna, pretenderà dai ravennati le ossa del poeta per destinarle allo stesso vilipendio. L’approccio a un personaggio depositario di tutta la cultura del suo tempo, capace di un’opera poetica di illimitata leggibilità, è da far tremare i polsi. Eppure di quello stesso Alighieri non possediamo un manoscritto, nulla di suo pugno».

Nell’immaginario cattolico di tanti suoi film (soprattutto gli horror, a cui lei di recente è tornato) c’è sempre il tema del peccato mortale («Il signor Diavolo», che lei ha tratto dal suo romanzo), dei castighi, dei morti inquieti che tornano, della possibilità di passare nell’aldilà («Zeder»). Figure e immagini che forse non sono così lontane dalle visioni dell’«Inferno».

«Questa idea del male assoluto, come d’altra parte del sommo bene, mi deriva certamente dalle favole contadine, dalla religiosità preconciliare e — perché no? — da quelle illustrazione di Doré delle quali parlavo all’inizio. L’idea di male è ancora associata, malgrado il passare implacabile degli anni, a quella sorta di sacralità che accompagna tutti i miei film gotici “padani”. Sacralità che fa sì che il male si rifletta nel bene e viceversa, che risultino in qualche modo complementari. Temo, e vorrei non crederlo, che il male esprima una seduttività che il bene difficilmente è capace di eguagliare. Credo che la stessa Commedia, monca dell’Inferno, difficilmente avrebbe riscosso il successo che ebbe. Temo che lo stesso Dante ne fosse consapevole e che non l’abbia concepita solo per essere riammesso in Firenze e laureato poeta nel “bel San Giovanni”, non solo per poter incontrare di nuovo Beatrice o per essere vendicato dei tanti torti subiti, ma abbia anche intuito che il “cast” dei suoi protagonisti dei gironi gli avrebbe garantito un successo popolare immediato».

Anche se non è nuovo a film in costume di ambientazione storica, come pensa di ricostruire la vita di un uomo del Trecento?

Il cinema, contrariamente alla letteratura che lascia spazi all’ immaginazione, è la summa di elementi reali, sullo schermo ben poco è lasciato alla creatività dello spettatore. Non mi spaventa la ricostruzione di quell’epoca mentre mi pongo come traguardo quello di rendere verosimile un essere umano così imperscrutabile. Un essere umano che ha lasciato dietro di sé un’infinità di interrogativi. Ritenere di poterlo affrontare con le mie sole forze sarebbe stata impresa disperata e presuntuosa. A soccorrermi, a indicarmi la sola, unica soluzione per accostarmi a Dante con un film che lo celebri, è intervenuto Giovanni Boccaccio. Una, con Dante e Petrarca, delle tre corone alle quali dobbiamo la nostra lingua. Fu infatti Boccaccio, già cultore e copista dell’opera dantesca, ventinove anni dopo la morte del poeta, a recarsi a Ravenna per consegnare dieci fiorini d’oro alla figlia monacata con il nome di suor Beatrice, per il tanto male fatto dai fiorentini al genitore. Suor Beatrice era rimasta a Ravenna, contrariamente ai suoi fratelli, come custode della tomba del padre. Fu nel corso di quell’incontro che Boccaccio raccolse le prime informazioni sulla sua vicenda umana, che andrà arricchendo conoscendo via via i ravennati del cenacolo dantesco. Estendendo quindi la ricerca fino a comporre quel Trattatello in laude di Dante, la prima biografia di Dante che ci sia pervenuta. Un testo ancora oggi ritenuto fondamentale per la quantità di notizie che ci fornisce sul poeta e la sua tormentatissima vicenda umana, fra le quali come furono ritrovati a otto mesi dalla morte di Dante gli ultimi, fondamentali, canti del Paradiso». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sequestrati quadri di De Chirico e Picasso in mostra a Noto. «Sono falsi»

 

 

 

 

 

 

 

 

“Falsi quattro quadri di De Chirico; e fortemente sospettate di essere delle imitazioni altre tele di Picasso, Kandisky, Klee, Dalì e dei principali artisti del futurismo italiano. Erano però in mostra come opere autentiche a Noto (Siracusa) fino a quando questa mattina i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale le hanno messe sotto sequestro. Le tele si trovavano al Convitto Arti Noto Museum. Il provvedimento è stato eseguito su ordine del gip di Siracusa.

L’indagine è scaturita da una segnalazione della Fondazione Giorgio De Chirico; quattro opere attribuite al maestro della pittura metafisica in mostra a Noto risultavano del tutto sconosciute alla Fondazione. Sono in particolare due dipinti intitolati «Il trovatore», uno «Studio neoclassico» e «Il grande metafisico». Un perito incaricato dalla procura di Siracusa ha dichiarato che quei quattro quadri sono «patacche» e i medesimi esperti hanno sollevato dubbi sull’autenticità di altre 22 opere in esposizione e immediatamente sequestrate. Queste ultime portano le firme di Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Fortunato Depero, Luigi Russolo, Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Max Jacob, Hans Richter, Paul Klee, Joan Mirò e Salvador Dalì. I quattro De Chirico erano stati concessi in prestito agli organizzatori della mostra – l’ente Sicilia Musei da una società estera.

Sull’indagine dei carabinieri il sindaco di Noto Corrado Bonfanti ha diffuso una dichiarazione: «Le verifiche su 26 opere delle circa 150 esposte nella mostra “L’Impossibile è Noto” ci permetteranno di conoscere la verità sull’autenticità delle opere e di stabilire eventuali responsabilità. Una cosa è certa, nel caso in cui dovesse essere appurata la presenza di opere false, il Comune di Noto è parte lesa e farà valere le proprie ragioni nelle sedi competenti». «La mostra è la quarta che il nostro Settore Cultura affida alla stessa organizzazione di specialisti. Nel 2016 “Andy Warhol è Noto”, nel 2017 “Chagall e Missoni – Sogno e Colore” e nel 2018 “Picasso è Noto”: tutte mostre che hanno riscosso grande successo di pubblico e generale apprezzamento”.

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

settembre2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una nuova misura di espansione dell’universo potrebbe ringiovanire il cosmo

 

 

 

 

 

 

 

 

“Questione di numeri e cambia tutto l’universo. Una nuova misura della sua espansione renderebbe il cosmo più giovane. I dati indicano che va ridefinito il valore di riferimento, la costante di Hubble, finora utilizzato per calcolare quanto le galassie si allontanano le une dalle altre, come l’uvetta in un panettone che lievita. È quanto emerge dai due studi pubblicati sulla rivista Sciencedal gruppo dell’Università australiana del Queensland, coordinato da Tamara Davis, e dell’Istituto tedesco Max Planck per l’Astrofisica, coordinato da Inh Jee.

Il valore della costante di Hubble è risultato “un po’ più alto di quello standard”, spiegano gli autori dello studio, che hanno usato per le misure la tecnica della lente gravitazionale, un effetto, previsto dalla Teoria della Relatività generale di Einstein, per il quale una galassia massiccia distorce la luce proveniente da un altro oggetto posto alle sue spalle e la amplifica, permettendo di osservarlo meglio.

“La costante di Hubble ci dà informazioni sull’età dell’universo. Se il suo valore misurato aumenta, vuol dire che l’universo è più giovane di quanto credevamo”, sottolinea all’Ansa il fisico Salvatore Capozziello, che insegna cosmologia e Relatività Generale all’Università Federico II di Napoli, ed è associato all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

La misura dell’espansione dell’universo è stata ottenuta in passato in modo indiretto col satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea,che ha studiato il cosmo bambino ad ‘appena’ 380.000 anni dopo il Big Bang. Un altro tipo di misura è, invece, stata fatta in modo diretto calcolando quanto velocemente si allontanano da noi oggetti astrofisici di cui possiamo misurare la distanza, come le supernovae. Ma le due misure discordano, suggerendo che la nostra visione del cosmo è incompleta. Gli esperti stanno, quindi, cercando soluzioni.

“Questo risultato potrebbe essere la spia di una nuova fisica, il segno che c’è qualcosa che ancora ci sfugge”, ha chiarito Capozziello. Le ipotesi più accreditate sono due. “Da un alto – spiega il cosmologo – l’esistenza di nuove particelle, come fotoni dotati di massa. Dall’altro – aggiunge – la discrepanza tra le misure potrebbe essere spiegata con estensioni su larga scala della Relatività generale. Uno scenario – conclude – che ritengo personalmente più probabile”.” L Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dantedì, lo studioso Enrico Malato
Noi, moderni come Dante Lo speciale

 

 

 

 

 

 

 

Il filologo ragiona sulla proposta del «Corriere della Sera» di dedicare una giornata mondiale al poeta: «Ci ha insegnato a costruire il nuovo senza tradire le radici»

“Il settecentenario della morte di Dante, che cade il 14 settembre 2021, non è un centenario come altri, ricorrenti ogni cento anni dalla nascita o dalla morte di personaggi più o meno insigni che abbiano lasciato durevole memoria di sé: e non solo per la statura del poeta, incomparabile a qualsiasi altra (come scrisse Ernst R. Curtius, «la personalità di Dante sovrasta con la sua statura i secoli»), ma per il rilievo nodale, di «svolta epocale», che la figura e l’opera sua mantengono nella tradizione letteraria dell’Occidente.

La Divina Commedia è infatti non soltanto una delle più alte opere di poesia che siano mai state prodotte, ma la prima grande opera letteraria scritta in una lingua europea moderna.Mentre il Medioevo in Europa volge al termine e si vanno costituendo le varie identità nazionali, fondate su nuovi elementi connotativi linguistici e culturali, Dante abbandona il latino, da sempre lingua della scrittura «alta» per tutti, e adotta l’italiano: una lingua che alla fine del Duecento ancora quasi non esiste come lingua letteraria, è un idioma volgare dell’uso parlato, povero nel lessico, privo di codificate regole grammaticali e sintattiche, e ne fa lo strumento linguistico cui affida la più grande opera di letteratura che sia mai stata pensata. Nel momento in cui il Medioevo sta per esaurirsi nell’Età moderna che faticosamente si va schiudendo (ma Dante non lo sa, e non può saperlo), il Poeta riesce a condensare nella sua opera una sintesi straordinaria della realtà storica e della cultura medievale: quella che nell’arco di quasi un millennio ha assimilato e adattato la cultura classica, greca e romana, trasformandola — con l’apporto delle nuove culture affacciatesi in Europa nel corso dei secoli — nella «forma» della nuova cultura moderna dell’Occidente. Al di là del suo statuto di mirabile opera di poesia, laCommediarisulta così un eccezionale documento storico e un fondamentale elemento di collegamento del Medioevo con la Modernità, che in quello trova le sue inderogabili radici.

Celebrare Dante nella ricorrenza settecentenaria della morte, mentre perdura tenace e sempre più coinvolgente la sua fama e la sua popolarità presso un pubblico internazionale in continua espansione, vuol dire riaffermare con forza quel collegamento storico, come valore profondamente sentito dagli uomini del XXI secolo e premessa comunque irrinunciabile della costruzione di un «nuovo» che sia (e voglia essere) non disancorato dalle radici del presente.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Festival di Venezia, «Joker» conquista tutti

 

 

 

 

 

“Approda al Festival di Venezia «Joker», il film di Todd Phillips con Joaquin Phoenix ad interpretare magistralmente la maschera del clown più cattivo. Grandi applausi nel quarto giorno della Mostra del Cinema per un’opera che mette Batman sulla strada della Casa di Carta e aggiunge alle attese mainstream di un kolossal dai fumetti la dimensione sociale, di lotta di classe in cui gli invisibili reietti della società si ribellano. Oltre l’attore, che qui a Venezia nel 2012 vinse la Coppa Volpi per The Master di Paul Thomas Anderson e dopo varie candidature agli Oscar con Joker può tornare a sperare, altre sono le scintille sul tappeto rosso.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

agosto2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FaceApp, l’app che piace perché invecchia. Ma crescono i dubbi sulla privacy

 

 

 

 

 

 

 

“Il primo boom è arrivato con la trasformazione del genere e sui social il massimo divertimento era nel postare la propria immagine convertita all’altro sesso. Allora l’app ha visto crescere il suo indice di gradimento, nonostante il lancio del ‘filtro di bellezza’ Hotness avesse fatto infuriare le polemiche perché basato su algoritmi allenati con modelli caucasici, al punto che le persone con la pelle nera in foto risultavano con la pelle visibilmente schiarita. Ora però a tenere banco è l’invecchiamento (assieme al ringiovanimento) dei tratti somatici, ottenuto in modo verosimile grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale. E chi non è curioso di proiettarsi nel futuro contando le proprie rughe (o viceversa, di rivedersi bambino)?

L’utilizzo dell’app è facile e immediato: basta scaricarla (è gratis) dal PlayStore di Google o dall’Apple Store, e caricare un selfie per vederlo trasformato in base al filtro selezionato. Per ottenere questo risultato, la nostra foto transita però su server che si trovano all’estero, dove i dati “potranno essere archiviati e lavorati negli Stati Uniti (dove FaceApp dichiara di avere sede) o in qualsiasi altro paese in cui FaceApp, i suoi affiliati o i fornitori del servizio possiedono le infrastrutture”, si legge nella policy per il trattamento dei dati sensibili ferma al 2017 (quindi precedente all’entrata in vigore del Gdpr). La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luglio2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due caffé al giorno curano un ragazzo che soffre di tremori

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando i genitori gli hanno somministrato per errore il decaffeinato il bambino di 11 anni, che ha una rara sindrome genetica ha ricominciato a manifestare spasmi dolorosi

“Molte persone sostengono di non poter fare a meno del caffè e molto probabilmente è proprio così per un ragazzino di 11 anni che vive in Francia. La sindrome genetica di cui soffre, che provoca tremori simili a quelli causati dal Parkinson, è tenuta sotto controllo grazie alla caffeina. Ma quando i suoi genitori per errore hanno comprato capsule di caffé decaffeinato, il bambino ha ripreso a soffrire di spasmi muscolari incontrollabili e dolorosi. Da quel momento per quattro giorni si sono susseguite corse in ospedale, visite mediche, esami fino a quando i genitori si sono resi conto dell’errore. Una volta che il ragazzo ha ricominciato a bere caffé con caffeina i sintomi sono lentamente diminuiti.

«Esperimento a doppio cieco»

Emmanuel Flamand-Roze, uno degli autori principali dello studio ha chiarito che i genitori avevano messo in atto quello che gli scienziati chiamano «esperimento a doppio cieco con placebo», il test più rigoroso che esista per vedere se un farmaco o un trattamento funzionano davvero. Doppio cieco perché nè il paziente né i ricercatori sanno se la medicina somministrata è quella vera o semplicemente un placebo. In questo caso il test accidentale ha dimostrato l’efficacia della caffeina nel trattare il disturbo genetico. Una tazza di caffé espresso in genere interrompe i tremori al ragazzino per circa sette ore, due tengono a a bada le contrazioni per quasi un giorno intero.

La sindrome

La discinesia correlata al gene ADCY5 è una patologia che causa, a chi ne soffre, movimenti involontari fuori dalla norma come spasmi, scosse, tremori, contorcimenti di viso, collo, braccia e gambe che possono manifestarsi sia nelle ore di veglia che di sonno. Nel mondo, secondo time, ne soffrono 400 persone. La malattia è causata dalla mutazione del gene ADCY5, che fornisce le istruzioni per formare un enzima coinvolto nella contrazione muscolare. Questo enzima è attivato dai recettori dell’adenosina, che sono il principale bersaglio della caffeina. I ricercatori hanno teorizzato che la caffeina inibirebbe l’enzima, ricucendo il movimento involontario dei pazienti. Nel caso clinico analizzato gli autori scrivono che il bambino ha iniziato a fare movimenti involontari all’età di tre anni e duravano dai pochi secondi ai 10 minuti. All’età di 10 anni ha cominciato una trentina di episodi al giorno con difficoltà a svolgere attività come camminare, scrivere e andare in bicicletta.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tara, la ragazzina iraniana che è più intelligente di Einstein e Hawking

 

 

 

 

 

 

 

Al test per il quoziente d’intelligenza ha ottenuto 162 punti, due in più dei due geni del secolo scorso. «Non potevo credere al risultato»

Ha undici anni ed è di origine iraniana. Ma soprattutto ha superato nel test di intelligenza sia Einstein che Stephen Hawking. E’ successo a Oxford, dove Tara Sharif ha partecipato all’IQ test dell’associazione Mensa, che da decenni raccoglie tutti i talenti con un quoziente di intelligenza elevato: il suo risultato è stato 162 punti, due più di Einstein e Hawking, 22 più della soglia dei 140 che è considerata quella dei «genii».

Il test consisteva in una serie di quiz scritti in cui Tara ha dovuto dimostrare la sua comprensione di differenti significati e frasi. La stessa tara è stata sorpresa del risultato: «Non potevo credere al risultato», ha dichiarato alla stampa. E così anche il suo papà, che l’ha accompagnata in questa avventura: «Sono molto orgoglioso ma anche sorpreso di quanto sia stata brava Tara» .Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giugno2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MammaItalia, l’app per trovare il vero cibo italiano all’estero

Un modo per aiutare l’export dei prodotti made in Italy e creare una rete tra chi vive lontano

 

 

 

 

 

 

 

“Gastronomia e non solo

Siamo a Londra e ci viene voglia di un bel piatto di pasta al pesto o di una pizza fatta in casa. Eliminati i presunti ristoranti italiani, non ci rimane che cercare un supermercato e sperare che venda dei prodotti realmente italiani. Ad aiutarci ora c’è   MammaItalia, un’app creata da Caterina Diglio, Ivano Rotondo, Gaetano Biondo, Luca Marmo e Claudio Vitale. Si tratta di una mappa interattiva dove non si trovano musei o monumenti, ma solo negozi di alimentari che vendono vero cibo 100% Made in Italy. Se abbiamo tempo, possiamo andare direttamente a fare la spesa. In alternativa c’è un comodo sito dove selezionare il cibo da farci recapitare a casa. E poi, sempre dall’app, potremo cucinare il nostro piatto di pasta, sicuri di seguire delle indicazioni precise, come fossimo a casa.

Indispensabile per gli expat

L’app si scarica gratuitamente sia da iTunes che da Play. Una volta installata funziona proprio come una mappa interattiva. Basta cercare il cibo di cui abbiamo bisogno (o voglia), divisi per categoria, prodotto o eshop e poi parte la localizzazione del negozio più vicino che ne ha disponibilità. Possiamo sapere l’azienda produttrice, collegarci direttamente al sito dei produttori e poi sapere quali sono le ricette legate a quell’alimento. 

Sostiene le aziende italiane

Sono più di mille i marchi che hanno deciso di essere presenti su MammaItalia per promuoversi e far conoscere i propri prodotti all’estero. Dalla pasta al formaggio, gli utenti dell’app sono sicuri di avere nel frigorifero un alimento non contraffatto, ma realmente italiano. Controllando i produttori, l’app vuole contrastare il fenomeno dell'”Italian sounding”, cioè tutti quegli alimenti che hanno solo il nome vagamente italiano ma non sono assolutamente Made in Italy.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Isabella d’Este (forse) di Leonardo resta in Svizzera: annullato il sequestro

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quadro si trova in una caveau di Lugano; la proprietaria è stata condannata dalla Cassazione per export illegale ma il tribunale elvetico respinge la richiesta di restituzione dell’Italia

“Che sia stato dipinto o no da Leonardo da Vinci, il ritratto di Isabella d’Este ritrovato in un caveau di Lugano continua a essere un caso internazionale. L’Italia credeva di essere ormai a un passo dalla restituzione del dipinto reclamato da anni, ma pochi giorni fa il tribunale federale elvetico ha azzerato tutto: non solo il quadro rimarrà dov’è ma decadrà pure il sequestro e sarà restituito alla proprietaria. Non entrerà di conseguenza a far parte del patrimonio artistico italiano. Gli interrogativi attorno all’opera, insomma, non si placano. Davvero è stato esportato illegalmente dall’Italia nei primo decennio del 2000 come sostiene una sentenza emessa dalla Cassazione? E soprattutto: davvero è stato dipinto da Leonardo, cosa sulla quale i critici si dividono?

Valore in crescita

Il duplice quesito in questi anni non ha fatto altro che accrescere la curiosità e la notorietà dell’Isabella d’Este; e con ogni probabilità anche il suo valore di mercato. Nel 2013, quando esplode la «grana» giudiziaria la sua quotazione era di 95 milioni di euro. Un avvocato di Lugano venne trovato in possesso di una procura a vendere l’opera per quella cifra; ma del quadro si erano perse le tracce da tempo immemore. Come era finito al di fuori del confine italiano? La proprietaria risultava essere una donna di Pesaro, Emilia Cecchini la quale sostiene che l’Isabella d’Este è un bene di famiglia ed è sempre stato in Svizzera. Non viene creduta e viene condannata in via definitiva a un anno e due mesi per esportazione illecita di beni artistici. Di più: il ministero italiano ottiene il sequestro del quadro e avvia i passi diplomatici ufficiali per riportarlo indietro.

«In Svizzera non è reato»

Ed eccoci al colpo di scena: un ulteriore ricorso dei legali di Emilia Cecchini al tribunale federale svizzero ritiene che la confisca e la richiesta di rimpatrio siano illegittimi. Perché? Perché non esiste reciprocità di reato tra Italia e Svizzera in materia di traffico di beni artistici. A sorpresa i giudici elvetici danno ragione ai ricorrenti e dunque salta tutto: salta il ritorno in Italia dell’opera di Leonardo (?), salta ogni provvedimento restrittivo sull’opera che tornerà alla famiglia Cecchini. Anzi, Marc Weber, l’avvocato che ha sostenuto il ricorso, dice ai media elvetici che la sentenza farà giurisprudenza in altri casi analoghi.

La lite sull’autenticità

Resta intatto l’altro dubbio: chi è l’autore del dipinto? Testimonianze storiche dicono che Leonardo realizzò una ritratto della nobildonna durante la sua permanenza a Mantova; al Louvre è conservato un profilo a carboncino della donna che è autenticamente di Leonardo e con il quale il dipinto trovato a Lugano ha una fortissima somiglianza. Ma alcune analisi sui materiali posticipano l’esecuzione dell’opera al 1600. Una perizia del 2013 firmata da Carlo Pedretti, uno dei massimi studiosi del Genio vinciano assicura che l’opera è autentica; ferocemente contrastato in questo da critici d’arte come Vittorio Sgarbi e Tommaso Montanari secondo i quali l’Isabella che riposava nel caveau era solo una «patacca».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

maggio2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

L’espressione della Gioconda? Quel sorriso misterioso (e forzato) cela un nuovo enigma

 

 

 

 

 

“A CINQUECENTO anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, oltre alle invenzioni del genio toscano, sono i misteri nascosti dietro la sua opera più famosa, la Gioconda, ad aver stimolato nei secoli storici dell’arte, scienziati, psicologi, filosofi, scrittori, registi. Teorie, studi, esperimenti, ricerche d’archivio (e qualche bufala, va detto) alimentano l’enigma del quadro conservato al Louvre in cui è ritratta Lisa Gherardini, “Monna Lisa”. Ma che si tratti della moglie di Francesco del Giocondo, perfino su questo, non c’è l’assoluta certezza.

Tra i dettagli che più affascinano, oltre all’ormai celebre Mona Lisa Effect, lo sguardo ipnotico che colpisce i visitatori che giungono a migliaia ogni giorno a Parigi per guardare l’opera dal vivo, c’è il sorriso della donna. Uno studio dell’Università di Friburgo aveva di recente stabilito che quella della Gioconda fosse, un’espressione di felicità. un espressione difeliSecondo un’analisi di tre neuroscienziati italiani, pubblicata sulla rivista Cortex, però, si tratterebbe di un sorriso “finto”, forzato, non spontaneo.

Nel loro lavoro Ricciardidella St. George University di Londra, Luca Marsilidella University of Cincinnati e Matteo Bolognadella Sapienza di Roma hanno applicato i principi della neuroscienza partendo dalla “scomposizione” della bocca della Monna Lisa. Sono state realizzate due foto chimeriche: nella prima la parte sinistra della bocca con il corrispettivo emivolto, nella seconda lo stesso procedimento è stato seguito per il lato destro.

L’esperimento

Messe di fronte a 42 persone, tutte hanno concordato che la parte sinistra fosse più espressiva e felice, mentre la destra è stata descritta come “seria”, “disgustata” e “triste”. Da un confronto si vede che il sorriso della Monna Lisa sia asimmetrico. Secondo alcuni studiosi si sarebbe trattato di una paresi del soggetto dipinto, per altri la conseguenza di un dente mancante.

Ma i tre ricercatori italiani optano per la volontarietà dell’artista di Vinci nell’inserire un altro aspetto enigmatico. “Con la tecnica pittorica dello sfumato Leonardo, nella parte sinistra, ha alzato leggermente il labbro della donna, quasi a voler dipingere un ghigno. La neuroscienza – spiega Ricciardi – ha dimostrato come i sorrisi spontanei siano simmetrici, mentre quelli forzati no. Restando pur sempre nel campo delle ipotesi, pensiamo che Leonardo, grande conoscitore del corpo umano, sapesse che ridendo l’incurvatura delle labbra e le pieghe vicino agli occhi fossero simmetriche, prima ancora della teorizzazione di Duchenne nell’Ottocento”.

Non va dimenticato che un soggetto in posa per molte ore tiene un’espressione forzata, ma i risultati di questo studio portano i neuroscienziati a pensare che Leonardo abbia aggiunto questo particolare innaturale di proposito per comunicare qualcosa. “Cercando delle risposte abbiamo aggiunto un’altra domanda al mistero – conclude Ricciardi – ma pensiamo che quella espressione abbia un significato preciso e non sia frutto solo di un’imperfezione fisica”. Un nuovo enigma si va ad aggiungere alla Gioconda, secoli e secoli dopo la scomparsa del genio che la dipinse.

Chi è la Gioconda?

Molti documenti ritrovati, testimonianze dirette e indirette e tanti studi concordano che la Gioconda sia Lisa Gherardini, moglie di Francesco di Giocondo. Secondo alcuni studiosi potrebbe trattarsi invece di Caterina Sforza. Altri sono convinti che si tratti di Isabella d’Aragonae c’è chi pensa perfino che sia la madre del pittore, Caterina Butidel Vacca. Nel dipinto, c’è addirittura chi ritiene che ci sia più di una Gioconda: secondo lo scienziato francese Pascal Cottesotto il dipinto ci sarebbe il disegno di un’altra donna. “ La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Togliere l’italiano dai licei francesi è come levare la Gioconda dal Louvre»

 

 

 

 

 

 

 

Appello di intellettuali francesi e italiani contro la riforma del liceo voluta dal governo Macron che strangola l’insegnamento dell’italiano a scuola. Fra i firmatari Jeanne Balibar e Julie Gayet, Luciano Canfora, Andrea Camilleri e Dacia Maraini

“Dobbiamo rimuovere la Gioconda dal Louvre?». La domanda, chiaramente provocatoria, è contenuta in un appello accorato sottoscritto da decine di intellettuali e scrittori francesi e italiani, per chiedere al presidente francese, Emmanuel Macron, di non strangolare ulteriormente l’insegnamento della lingua italiana – già molto sacrificato negli ultimi anni. A pochi giorni dalla visita del presidente Sergio Mattarella in Francia per celebrare i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci a Amboise il 2 maggio 1519, gli autori dell’appello – che ha ormai superato le 7.000 firme – sottolineano la lunga amicizia fra i due Paesi fatta di incroci culturali fecondi ma anche di «fruttuosi scambi economici» (l’Italia è il secondo partner commerciale della Francia) . «Tuttavia – si legge nell’appello – l’insegnamento dell’italiano in Francia è colpito molto severamente dalla nuova riforma del liceo, che scombussola l’insegnamento delle LV3 (le terze lingue straniere, nd)».

Lento strangolamento

Nel testo, firmato tra l’altro, dall’attrice Jeanne Balibar (figlia del filosofo Etienne Balibar) e da Andrea Camilleri, da Luciano Canfora e dallo scrittore René de Ceccatty (autore di diverse biografie di scrittori e poeti italiani da Leopardi a Moravia) da Julie Gayet , attrice e compagna dell’ex presidente François Hollande e dallo storico e sociologo Marc Lazar (esperto di politica italiana), da Emma Dante e Dacia Maraini, si deplora che «il numero dei posti messi a concorso conosca da un paio d’anni una caduta senza precedenti: negli ultimi due anni, all’agrégation externe (il concorso per gli insegnanti universitari e di liceo, ndr) questo numero è stato dimezzato con soli 5 posti nel 2019, e quello del Capes externe (il concorso per insegnare nelle scuole medie) è passato da 28 a 16 (…). Nessun’altra lingua vivente, nello stesso periodo, ha subito amputazioni tanto violente». Quindi l’appello al ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, affinché ripristini un numero di posti tale da consolidare l’insegnamento dell’italiano (rispettivamente 12 e 35). «Lasciar deperire l’insegnamento dell’italiano in Francia sarebbe altrettanto insensato che togliere la Gioconda dalle collezioni del Louvre, bandire Dante, Machiavelli, Galileo , Verdi o Eco dal nostro patrimonio culturale. Distruggere l’insegnamento dell’italiano in Francia equivale a cancellare una parte della storia e della ricchezza della Francia, a rompere i legami preziosi che ci uniscono da sempre: l’amicizia fra la Francia e l’Italia è una necessità vitale e la cultura ne è il cuore». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aprile2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo? Disegnava e scriveva con entrambe le mani

 

 

 

 

 

 

La prova scientifica arriva dagli studi e dalle analisi sul Paesaggio. Il direttore degli Uffizi Eike Schmidt: «Una rivoluzione negli studi leonardeschi»

“Leonardo scriveva, disegnava e probabilmente dipingeva con la mano destra e con la mano sinistra. La prova scientifica, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, arriva dagli studi e dalle analisi sul Paesaggio, il primo disegno conosciuto del genio di Vinci. Ad analizzare l’opera, conservata alla Galleria degli Uffizi, sono stati i ricercatori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, il più importante laboratorio di restauro al mondo. Il disegno leonardesco ha anche svelato alcuni segreti. Scritte, simboli, volti e persino un paesaggio «invisibile» disegnato a nerofumo e quasi cancellato. Rappresenta un ambiente acquatico con un ponte, le due sponde di un fiume o torrente e guglie rocciose. Dalle analisi agli infrarossi sono affiorati dal passato disegni geometrici e un fiore.

Studiosi dell’Opificio

La scoperta è stata presentata stamani in anteprima mondiale durate una conferenza stampa alla quale hanno partecipato gli studiosi dell’Opificio e il direttore degli Uffizi Eike Schmidt. «Leonardo era nato mancino, ma venne “rieducato” all’uso della mano destra fin da ragazzino», ha spiegato la storica dell’arte Cecilia Frosinini, mentre Schmidt ha parlato di «rivoluzione negli studi leonardeschi». Sono due le scritte ad aver svelato agli esperti l’ambidestrismo del Maestro. La prima sul fronte del foglio, è stata tracciata secondo la stesura al contrario, da destra verso sinistra, di cui Leonardo era esperto. Vi si legge: «Dì di s]an]ta Maria della neve / addj 5 daghossto 1473». La seconda scritta è invece si trova sul retro del foglio ed è stata vergata nel verso ordinario. E un appunto commerciale: «Io, Morando d’Antoni, sono chontento». «Dal confronto di queste due frasi – hanno spiegato gli studiosi – abbiamo avuto la conferma dell’ambidestrismo di Leonardo. Sono autografe, (così come gli schizzi di una testa e di una figura umana tracciati sul retro), scritte con lo stesso inchiostro (utilizzato anche per realizzare la parte prevalente del Paesaggio) e l’indagine calligrafica, svolta attraverso il paragone delle due scritte con svariati altri testi autografi di Leonardo, ha fornito ulteriori prove in questo senso».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora solare, stop dal 2021: il Parlamento europeo approva la proposta

 

 

 

 

 

 

 

“Il Parlamento europeo appoggia la proposta della Commissione di abolire il cambio tra ora legale e ora solare, ma chiede di spostare la data di entrata in vigore del nuovo regime dal 2019 al 2021. Secondo la posizione comune adottata dai deputati, gli Stati membri che decidono di mantenere l’ora legale dovrebbero cambiare le lancette dell’orologio per l’ultima volta l’ultima domenica di marzo 2021, mentre quelli che preferiscono mantenere l’ora solare dovrebbero farlo l’ultima domenica di ottobre 2021. Per proteggere il mercato interno da perturbazioni, i deputati hanno chiesto che gli Stati membri e la Commissione coordinino le loro decisioni su quale ora adottare.

Nella risoluzione si afferma che la Commissione può presentare una proposta legislativa per rinviare la data di applicazione della direttiva fino a un massimo di 12 mesi, se ritiene che le disposizioni previste possano pregiudicare in modo significativo e permanente il corretto funzionamento del mercato interno. La risoluzione legislativa è stata adottata con 410 voti favorevoli, 192 contrari e 51 astensioni. Ora spetta ai governi adottare la loro posizione comune per avviare i negoziati con l’Europarlamento, ma finora gli Stati membri non sono riusciti a trovare un accordo al Consiglio.

In risposta alle iniziative dei cittadini, nel febbraio 2018 il Parlamento ha chiesto alla Commissione di valutare la direttiva sull’ora legale e, se necessario, presentare una proposta di revisione della stessa. A seguito della valutazione, che ha ricevuto 4,6 milioni di risposte con l’84% favorevole a porre fine ai cambiamenti di orario, la Commissione ha presentato la proposta, che dovrà essere concordata tra il Parlamento e il Consiglio per entrare in vigore.

L’attuale direttiva sull’ora legale impone agli Stati membri dell’Ue di passare all’ora legale l’ultima domenica di marzo e di tornare all’ora solare l’ultima domenica di ottobre.”

La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

marzo2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Fenomeno globale grazie a YouTube”. Così la teoria della Terra piatta ha raggiunto tutti

 

 

 

 

 

“TRE ANNI FA circa, grazie a YouTube e Facebook, ho incontrato altre persone che la pensavano come me”. Così Franco Chendi  racconta del suo “risveglio”, come lui stesso lo definisce. Originario della provincia di Ravenna, sessantaduenne perito elettrotecnico, è divenuto ufologo e terrapiattista in epoca di social network. Uno di quelli che vedono nella rappresentazione sferica del nostro pianeta un grande complotto. Questa strana deriva, in epoca moderna, si deve a Samuel Birley che nel 1864 pubblicò un saggio intitolato Zetetic Astronomy: Earth Not a Globe. Le sue idee hanno attecchito in alcune comunità molte piccole ed erano praticamente scomparse dopo il 1990 con il declino della prima Flat Earth Society. Poi sono tornate, stavolta online, e nel giro di appena quattro anni si contavano poco meno di 20 milioni video che ne parlavano.  

Adesso una ricerca della Texas Tech University dimostrerebbe che è stato proprio YouTube (Google), a trasformare la teoria in un fenomeno mondiale che oltreoceano comincia ad avere dimensioni allarmanti. Colpa dei suoi algoritmi: avrebbero preso a spargere quei primi contenuti al pubblico sensibile ai complottismi che in pochi mesi ha trovato una nuova bandiera dietro la quale schierarsi. Secondo un’indagine di Yougov del 2018, il 7% degli americani dubita della forma della Terra e il 2% è convinto che sia decisamente piatta. Dunque il 9%, 29 milioni di persone, non accetta più come un dato di fatto la legge di gravità, non è convinto che il nostro pianeta orbiti attorno al Sole né che siamo andati sulla Luna. 6,5 milioni di cittadini Usa sono convinti che la Terra sia protetta da una sorta di gigantesca calotta come il set televisivo di The Truman Show, il film del 1998 di Peter Weir. Sole e stelle, come sosteneva Birley, ruoterebbero a poche centinaia di chilometri dentro la calotta illuminando via via zone differenti. Il resto sarebbero solo frottole e manipolazioni.

Già, tutto è nato su YouTube attorno al 2014”, racconta al telefono Alex Olshansky, della Texas Tech University, a Lubbock, 500 chilometri a est di Dallas. Lo studio condotto tramite interviste a circa trenta terrapiattisti, i “flat earthers”, ha origine dalla tesi di laurea di Olshansky intitolata Conspiracy Theorizing and Religious Motivated Reasoning: Why the Earth “Must” Be Flat, che potremmo tradurre con Teoria della cospirazione e motivazione del ragionamento religioso: Perché la terra “deve” essere piatta. “Le interviste che abbiamo condotto, eccetto due, portavano alla stessa conclusione: questa teoria si è diffusa attraverso il servizio video di Google”, prosegue Olshansky. “Intendiamoci, non stiamo dicendo che è colpa di YouTube. I suoi algoritmi però mirano a conquistare l’attenzione delle persone e associano contenuti fra loro simili. Se una certa tipologia di spettatore li ha guardati, li propone poi a tutti gli altri che appartengono alla stessa categoria”. E così nella bacheca di coloro che negli Usa avevano visto molti video basati sulla teoria del falso sbarco sulla Luna o sulla negazione degli attentati dell’11 settembre, nel 2015 il terra piattissima ha cominciato a conquistarsi sempre più spazio. Molti all’inizio non ci badarono, sostengono alla Texas Tech University, ma a forza di vederseli davanti alla fine in parecchi si sono convinti iniziando a mettere in dubbio la curvatura della superficie terrestre.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Economia circolare: unica salvezza della Terra

 

 

 

 

 

 

“Ogni anno l’economia mondiale consuma quasi 93 miliardi di tonnellate di materie prime tra minerali, combustibili fossili, metalli e biomassa. Di queste, solo il 9% sono riutilizzate. Il consumo di risorse è triplicato dal 1970 e potrebbe raddoppiare entro il 2050. Secondo il Global Footprint Network, per mantenere l’attuale stile di produzione e di vita, un solo Pianeta non è ci basta, ne servirebbe 1,7, ovvero un’ altra Terra. Nel 2018, il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse naturali che il Pianeta è in grado di rigenerare in un anno, è caduto il primo agosto: mai così presto. È come finire lo stipendio al 20 del mese, ma nessuno ti fa credito per gli altri 10 giorni. E i mutamenti climatici sono legati anche all’utilizzo di materie prime. Il 62% delle emissioni di gas serra (escluse quelle provocate dal consumo del suolo) avviene durante il processo di estrazione e lavorazione delle materie prime, mentre solo il 38% in fase di consegna o utilizzo dei prodotti. Che succederà fra 30 anni, quando saremo 9 miliardi di persone e il riscaldamento globale più su di un altro grado e mezzo?

Quanto si può crescere cambiando modello di sviluppo

Onu, Ocse e governi sono d’accordo: l’unica alternativa per salvare il pianeta è l’economia circolare. A Davos, a gennaio, ne è stato stimato il valore potenziale: 3.000 miliardi di dollari nel mondo; 88 miliardi solo in Italia, con un bacino di 575 mila occupati, secondo l’ultimo bilancio del Conai, il Consorzio nazionale degli imballaggi. Vuol dire che si può crescere cambiando modello di sviluppo.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5G, rischi per la salute? Gli esperti: “Le frequenze non sono dannose”

 

 

 

 

 

 

“L’arrivo del 5G previsto già da quest’anno in alcune forme, preoccupa un crescente numero di cittadini e associazioni. Persino qualche parlamentare chiede ora lo stop delle antenne. Ma la scienza ufficiale, attraverso l’Istituto superiore della sanità, getta ora acqua sul fuoco: in una recente audizione alla Camera chiarisce che le tante nuove antenne 5G, per le loro caratteristiche, sono un pericolo ancora più remoto per la salute rispetto alle attuali tecnologie.

I resoconti dell’audizione non sono ancora disponibili, ma Repubblica si è procurato le relazioni di alcuni dei numerosi relatori, tra cui rappresentanti dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), del Centro Radioelettrico Sperimentale G. Marconi (CReSM), ma anche della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, Icnirp (un organismo non governativo, formalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e, appunto, dell’Istituto superiore della sanità (nella persona del ricercatore che lo rappresenta per questi temi, Alessandro Polichetti).

L’audizione è spinta dal rumore generato dalle polemiche sul 5G. Nelle scorse settimane un gruppo di cittadini ha raccolto 11 mila firme in una petizione consegnata al parlamento. Si tratta di Alleanza Stop 5G, gruppo che ha l’adesione del magazine Terra Nuova, di Oasi Sana, dell’Associazione italiana elettrosensibili, dell’Associazione elettrosmog Volturino, dell’Istituto Ramazzini, dell’Associazione obiettivo sensibile, dei comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, dell’équipe che ha realizzato il docufilm Sensibile. L’allarme si è esteso ad Andrea Maschio, consigliere regionale del M5s in Trentino e Andrea De Bertoldi, senatore di Fratelli d’Italia che hanno chiesto una sospensione del 5G (il primo anche in una lettera al ministro della Salute).

Uomini, ratti e campi elettromagnetici

In audizione sono stati citati uno studio dell’istituto Ramazzini (onlus) e un altro, simile, dell’americano National Toxicology Program da cui risulta un possibile aumentato rischio di tumore per l’esposizione di ratti a onde elettromagnetiche su frequenze usate dal 2G e dal 3G. Nel secondo caso i ratti sono stati esposti da quando erano feti al momento della morte naturale. Lo stesso istituto americano nota che i risultati non possono essere trasposti sugli esseri umani, dato che – tra gli altri motivi – le potenze assorbite dagli esemplari sono stati di circa un ordine di grandezza più alti rispetto all’uso di un cellulare.

Questione di potenza

L’Icnirp ha descritto come poco significativi i due studi, i quali comunque non riguardano le frequenze 5G ma solo le possibili conseguenze dell’esposizione massiccia e prolungata a campi elettromagnetici (generati – com’è noto – non solo da cellulari e relative antenne ma anche dagli elettrodomestici e vari altri strumenti).

L’Istituto superiore della Sanità ha dapprima ricordato che le attuali linee guida internazionali e ufficiali (vedi Iarc e Oms) non evidenziano nessun rischio per le antenne cellulari, perché le potenze utilizzate nella realtà sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle che hanno sollevato qualche timore negli studi sperimentali sui ratti. Anche se uno scienziato certo non si esprimerebbe così, la si può mettere in questo modo: se si va in ospedale mangiando 5 chili di gelato non vuol dire che sia pericoloso mangiarne 500 grammi (e che tutte le gelaterie vadano quindi chiuse).

Telefoni cellulari e antenne

Le linee guide internazionali definiscono “possibile” cancerogeno solo un grande utilizzo dei cellulari (cosa molto diversa rispetto alla presenza di antenne, perché la vicinanza della fonte al nostro cervello aumenta di tanto l’assorbimento delle onde). E comunque – ha ricordato il ricercatore dell’Iss – “possibile cancerogeno” è il livello più basso di rischio, per cui la scienza ufficiale al momento è incerta che ci possa essere davvero un pericolo.

L’effetto delle frequenze sulle cellule

Ci si può chiedere poi se il 5G, usando nuove frequenze (vicine alle cosiddette “onde millimetriche”) possa esporre a rischi diversi e maggiori per la salute. È appunto questo l’allarme lanciato da chi adesso chiede lo stop della tecnologia (già lanciata negli Stati Uniti e in arrivo in tutta Europa). Le nuove frequenze sono più elevate rispetto a quelle usate ora dai cellulari e serviranno tra l’altro a creare celle molto piccole e numerose nelle nostre città, per esempio per i servizi dell’internet delle cose (Iot). Il segnale su frequenze elevate penetra e si diffonde meno bene, ecco perché le celle devono essere più piccole e più capillari. Ma questo vuol dire anche – notano dall’Istituto superiore della sanità – che le potenze utilizzate saranno più basse e le onde si fermeranno a livello molto superficiale (della pelle).” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le tecnologie rivoluzionarie del 2019

 

 

 

 

 

 

 

Se c’è qualcuno in grado di prevedere le evoluzioni della tecnologia nel breve futuro, quello è Bill Gates. Già nel 1999 il fondatore di Microsoft aveva scritto un libro dove immaginava le grandi innovazioni dei prossimi anni a venire. E quasi tutte le sue profezie si sono rivelate corretto. Dagli smartphone ai social network, dalla pubblicità personalizzata ai pagamenti online. In generale, già alla fine del secolo scorso, Bill Gates aveva capito che nel giro di poco tempo Internet sarebbe finito al centro della nostra vita quotidiana. E che lì avremmo spostato tutte le azioni e le interazioni. La persona adatta, dunque, per capire quali saranno le tecnologie «esplosive» nel corso del 2019. E infatti l’Mit Technology Review, la rivista ufficiale del Massachusetts Istitute of Technology, ha volentieri reclutato l’ospite nella compilazione dell’elenco annuale delle Breakthrough Technologies (le tecnologie rivoluzionarie): «L’elenco di Bill riflette la sua convinzione che ci stiamo avvicinando a un punto di svolta nello sviluppo tecnologico dell’umanità — ha detto il direttore del Mit Technology Review Gideon Lichfield — dalle tecnologie che per lo più allungano la vita a quelle che per lo più la rendono migliore. Le sue scelte evidenziano alcune delle sfide e delle opportunità più importanti del nostro tempo». Ed ecco quali sono.

La destrezza dei robot

Già ampiamente diffusi nelle fabbriche e nelle industria del mondo sono i robot e le macchine automatizzate in grado di velocizzare alcuni processi e alcune operazioni. Ma ancora il loro lavoro viene svolto in ambienti estremamente controllati. Il motivo è che questi strumenti sono ancora «maldestri e inflessibili». Secondo Bill Gates la svolta sta quindi nell’acquisizione di destrezza da parte dei bracci robotici, così da poter essere sfruttati anche nei settori più delicati. Grazie a software sofisticati e all’intelligenza artificiale, queste macchine dovrebbero essere in grado di gestire anche dispositivi a loro sconosciuti in ambienti nuovi nel breve futuro.” 

Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mappato il genoma ‘di ferro’ dello squalo bianco, il segreto della sua longevità

 

 

 

 

 

“DOVE leggere meglio i segreti di una specie se non nascosti nel suo Dna? La sfilza di basi che si susseguono a costituire il genoma di un animale custodisce informazioni preziose per capire come è fatto e come si è evoluto. E in alcuni casi riesce a spiegare le ragioni di comportamenti e fenomeni altrimenti inspiegabili. Nel caso dello squalo bianco per esempio, l’analisi del Dna delle specie (Carcharodon carcharias), raccontata sulle pagine di Pnas, mostra in che modo questi giganti dei mari riescano a proteggersi dal cancro e guarire in un lampo dalle ferite.

Nel Dna del predatore

Nato (evolutivamente parlando) circa 400 milioni di anni fa, lo squalo bianco è considerato il re dei predatori marini, un animale da sempre capace di catturare l’immaginario di grandi e piccini, nonché l’interesse dei biologi, per motivi diversi. Le sue notevoli dimensioni (parliamo di animali lunghi fino a 6 metri e dal peso di oltre 3 tonnellate), le sua straordinarie abilità di nuotatore (per velocità e per capacità di immersioni, fino a 1000 metri), il carattere migratorio e cosmopolita (è presente praticamente ovunque), le eccezionali capacità olfattive (utilizzate per rintracciare le prede), e la lunga durata della sua vita (anche 70 anni) lo rendono un soggetto di studio a dir poco interessante. Tanto più, racconta il team sparso tra Usa, Portogallo e Russia, che poco è noto sulla genetica dei pesci cartilaginei, la classe di cui fa parte lo squalo bianco. Gli scienziati hanno quindi cercato di colmare in parte il gap andando a spulciare nel Dna del re dei predatori marini, scoprendo aspetti interessanti.

L’analisi del Dna dello squalo bianco e il confronto con i genomi di altre specie (altri pesci più o meno ‘parenti’) suggeriscono per esempio quali possano essere le basi di un aspetto finora relegato per lo più al campo aneddotico, come una spiccata resistenza degli elasmobranchi (sottoclasse di cui fa parte lo squalo bianco e lo squalo balena) allo sviluppo dei tumori. Gli scienziati hanno infatti mostrato che l’enorme genoma dello squalo bianco – con le sue 4,6 miliardi di paia di basi è circa una volta e mezzo quello umano – è ricco di adattamenti che hanno favorito nel complesso la stabilità genetica. Cosa significa? Tanti fattori, endogeni ed esterni, possono modificare la sequenza del Dna introducendo mutazioni. L’accumulo di mutazioni ad alta frequenza, noto come instabilità genetica, è una caratteristica dei tumori e un fattore predisponente allo sviluppo di patologie neurologiche e correlate all’età. Le cellule cercano comunque di contrastare questa instabilità sfoderando armi mirate a mantenere l’integrità del Dna, con geni che si attivano in risposta ai danni e specializzati per esempio a riparare il genoma.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arte, in Italia il settore vale 1,3 miliardi all’anno. Attive 13 mila imprese

 

 

 

 

 

 

E’ quanto emerge da uno studio della Camera di commercio di Milano. La provincia che fattura di più è quella di Roma. Nel capoluogo lombrado c’è la maggiore concentrazione di gallerie d’arte

“Sono 13 mila le imprese in Italia legate al mondo dell’arte, 2.296 sono in Lombardia. E’ quanto emerge da uno studio della Camera di commercio di Milano. Il settore dà lavoro a 36 mila persone in Italia e vale complessivamente 1,3 miliardi di euro all’anno. La provincia che fattura di più è quella di Roma: nella Capitale le imprese del mondo dell’arte generano ricchezza per 255 milioni di euro, seguono Milano con 190 milioni e Venezia con 118.

Roma e Milano si confermano in testa anche per numero di imprese attive in provincia, potendo contare rispettivamente su 1.193 e 900 società.

Diverso però il tasso di crescita, con Milano che ha avuto un exploit grazie a Expo 2015: in cinque anni a Roma le aziende nel mondo dell’arte sono aumentate dello 0,9%, in provincia di Milano si è registrato un netto +9%. A Milano città, rileva nel dettaglio la locale Camera di commercio, ci sono 741 imprese nell’arte: 257 imprese di creazioni artistiche, 232 gallerie, 106 antiquari, 41 produttori di strumenti musicali, 38 imprese della filatelia, 32 negozi di artigianato artistico, 28 case d’asta e 7 negozi di commercio al dettaglio di articoli per le belle arti.

Sotto le guglie del Duomo c’è la maggiore concentrazione di gallerie d’arte; Genova è la città degli antiquari e tra Firenze e Roma ci si divide il primato per quanto riguarda le creazioni artistiche. Napoli, spiega sempre la Camera di commercio milanese, è prima per commercio di belle arti, Cremona per la produzione di strumenti musicali. Venezia si distingue per la vendita di oggetti artigianali, a Bari sono popolari le biblioteche e a Salerno i musei privati.”

Italia Oggi 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo, il genio che immaginò il futuro

 

 

 

 

 

 

 

 

“Un genio instancabile, un talento universale, una mente agitata sempre in movimento. È stato artista, architetto, naturalista, stratega militare, ingegnere. Ma più di tutto è stato un osservatore: la natura ha ispirato i suoi progetti fantastici e lo ha spinto costantemente alla ricerca di nuove scoperte, appuntate in una miriade di schizzi e disegni. Nel 500esimo anniversario della sua scomparsa, Leonardo Cinquecento ripercorre, con immagini in 8K, le opere e l’eredità scientifica di Leonardo da Vinci. Il documentario di Francesco Invernizzi – inserito del palinsesto ufficiale del Comune di Milano per le celebrazioni della ricorrenza Milano Leonardo 500 – è il quarto appuntamento della stagione L’arte al cinema, in sala dal 18 al 20 febbraio distribuito da Magnitudo Film con Chili.

Il film si apre con le immagini della Gioconda, quel sorriso enigmatico e misterioso che non ha mai smesso di sollevare domande, ma che viene considerato il punto d’arrivo dell’opera di Leonardo, il riassunto perfetto della sua storia iniziata nel 1452. Da qui parte il viaggio che fa tappa a Firenze, alla bottega di Verrocchio, per spostarsi poi alla corte di Ludovico il Moro, passando dalla pittura alla scienza, dalla tecnica all’architettura. Leonardo Cinquecento ricompone le migliaia di pagine dei Codici Leonardeschi mettendo a confronto l’ingegno e le sue intuizioni con le applicazioni contemporanee del suo immenso lavoro, con il contributo di storici, ingegneri e tecnici.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Giornata Mondiale delle donne e le ragazze nella scienza: «Una festa, non una ricorrenza»

 

 

 

 

 

 

 

 

L’11 febbraio l’Onu dedica una giornata per lottare contro pregiudizi e sterotipi. La femminista e professoressa di matematica Sara Sesti: «Le cose stanno cambiando. Un tempo si parlava di soffitto di cristallo, oggi di onda che sta montando. Lo sfonderà»

“Non è facile per una bambina, una ragazza, una donna dedicarsi alla scienza. Pregiudizi e stereotipi sono ancora lì, nascoste ad ogni angolo, a minare gli sforzi e la determinazione. Perché formule, algoritmi e funzioni sono per molti ancora materia esclusiva dell’uomo. Dal 2015 l’Onu ha quindi deciso di dedicare una giornata l’11 febbraio, proprio a loro: alle ragazze e alle donne nella scienza. A chi ha deciso — ed è riuscita — a costruire una carriera in un ecosistema «maschile» per tradizione. E a chi si impegna nella sensibilizzazione per far sì che anche tra i talenti femminili cresca l’interesse per quei settori che racchiudono la maggior parte dei lavori del futuro.

Guardare ai modelli

Come Sara Sesti, professoressa di matematica e femminista, fa parte della Associazione «Donne e Scienza». Sua è la prima ricerca italiana sul ruolo femminile nelle materie scientifiche, condotta nel 1986 dal centro Pristem dell’università Bocconi. Per la Giornata Mondiale dell’11 febbraio, ha in programma un convegno dedicato proprio ai modelli più iconici (e femminili) che si sono distinti nella scienza. «Considero questa giornata non tanto una ricorrenza, ma una festa», assicura. Il tema delle difficoltà femminili in ambito scientifico è ampio e variegato e si concentra soprattutto in alcuni settori, le cosiddette Stem, le scienze dure: scienza, tecnologia, ingegneria, matematica: «Conta moltissimo avere dei modelli — aggiunge Sara Sesti — Le ragazze quando entrano nel mondo della scienza si sentono come delle immigrate in un mondo completamente straniero». Ma in realtà di protagoniste femminili, anche in questo settore, ce ne sono state e ce ne sono ancora molte. Riuscite nel suo libro Scienziate nel Tempo. 100 biografie: «Per esempio Fabiola Gianotti, direttrice del Cern, racconta spesso come le letture su Marie Curie l’abbiano affascinata e portata ad occuparsi di fisica».

Da professoressa di matematica, è fondamentale per lei il contributo della scuola per cambiare le cose ed eliminare i pregiudizi: «Bisogna proprio lavorare su tanti fronti. Si inizia dall’educazione in famiglia, si deve stare attenti ai comportamenti che si richiedono alle bambine. E poi l’istruzione, io lo vedo: quando c’è qualcosa che riguarda un’attività concreta viene chiesto a un maschio quando c’è un lavoro di cura lo si chiede a una ragazzina. Gli insegnanti dovrebbero stare attenti a non dividere questi ruoli». Ed è proprio questo uno dei punti cruciali, «sollevare le donne dai compiti di cura. Con la fatica che facciamo noi tutti i giorni, siamo ancora caricate di tutti quei lavori che ci hanno assegnato da secoli. Dai tempi di Aristotele, quando si diceva già che donne non sono adatte per natura ai pensieri astratti». Le cose, comunque, stanno cambiando. «Un tempo si parlava di soffitto di cristallo per definire quel muro che le donne non avrebbero mai sfondato. Oggi si percepisce un’onda che sta montando e piano piano lo sfonderà. Le donne nei laboratori sono il 60 per cento degli uomini. Deve succedere qualcosa in più che smonti i meccanismi, che sblocchi le ruote». Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diabete, occhi a rischio: a febbraio controlli gratuiti in tutta Italia

 

 

 

 

 

 

Liliana Porter

Un mese dedicato alla prevenzione e a visite di screening in trenta centri, per diagnosticare tempestivamente maculopatia e retinopatia diabetiche: colpiscono fino a metà dei pazienti e mettono a rischio di cecità.

“Diventare ciechi per colpa del diabete. Può succedere, perché la maculopatia e la retinopatia diabetiche sono fra le complicanze più frequenti del diabete: dal 30 al 50 per cento dei malati prima o poi sviluppa problemi oculari correlati all’eccesso di glicemia. Per diagnosticarli tempestivamente e monitorarli, fino al 28 febbraio 30 centri di tutta Italia offriranno controlli visivi per lo screening di maculopatia e retinopatia diabetica: l’elenco e le modalità di prenotazione si possono trovare sul sito della Campagna Nazionale di prevenzione della maculopatia  diabetica.

Le visite sono fondamentali per riconoscere una complicanza che è fra le prime a manifestarsi e riguarda il 21 per cento dei pazienti con una diagnosi di diabete da dieci anni e ben il 76 per cento dei pazienti che convivono con la malattia da vent’anni: le stime indicano che sono circa un milione gli italiani con complicanze oculari del diabete e di questi circa uno su cinque potrebbe sviluppare l’edema maculare diabetico, un aggravamento che porta a una perdita più o meno parziale della vista. Purtroppo i diabetici non sono pienamente consapevoli dei rischi che corrono: lo studio Diabetic Retinopathy Barometer, condotto su circa 7mila diabetici in tutto il mondo, ha dimostrato che nonostante la perdita della vista sia temuta due volte di più rispetto ad altre complicazioni comuni del diabete, compresi perfino infarti e ictus, soltanto un quarto dei pazienti parla col proprio medico dei problemi alla vista e tantissimi si rivolgono a lui solo quando ci sono già sintomi evidenti.”

Lo studio DR Barometer ha cercato di comprendere la consapevolezza dei diabetici in merito alla retinopatia e ha dimostrato, innanzitutto, che la perdita della vista è temutissima perché ha un impatto molto forte sulla qualità della vita: il 20 per cento dei pazienti intervistati, per esempio, ha detto che i problemi di visione complicano anche la gestione del diabete stesso. L’obiettivo, quindi, deve essere migliorare la prevenzione e lo screening delle complicanze oculari anche perché, come spiega Paolo Lanzetta, direttore della Clinica Oculistica dell’università di Udine: «La retinopatia è un segnale d’allarme per l’insorgenza di altre complicanze cardio e cerebrovascolari: alla diagnosi di diabete è fondamentale andare da un oculista per escluderla o meno, perché questo è anche una buona misura di quanto bene o male funzioni l’organismo in altri distretti. Oggi esistono poi trattamenti che possono evitare la progressione della retinopatia diabetica, indipendentemente dalla presenza di un edema maculare diabetico, stabilizzando e migliorando la capacità visiva: anche per questo sarebbe molto importante prevedere screening oculistici pensati per i diabetici». La Campagna Nazionale in corso va proprio in questa direzione, per accorgersi presto se qualcosa non va e poter correre ai ripari in tempo.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cuscino ‘intelligente’ che cancella rumori quando si russa

 

 

 

 

 

“LE NOTTI insonni accanto al partner che russa potrebbero essere in futuro solo un brutto ricordo. Da un’idea degli studiosi della Northern Illinois University arriva infatti un cuscino intelligente che cancella il rumore e che utilizza l’intelligenza artificiale per modellarsi sul cambio nel modo di russare durante la notte.

Per il momento si tratta solo di un prototipo e le coppie in crisi perché uno dei partner russa devono pazientare. Il funzionamento del cuscino è descritto sulla rivista IEEE/CAA Journal of Automatica Sinica. I ricercatori Usa non sono i primi a provare a utilizzare la tecnologia di cancellazione del rumore, ma sistemi precedenti l’hanno montata all’interno di testate del letto e coperte. Il nuovo dispositivo è integrato invece direttamente nel cuscino e il sistema di cancellazione del rumore funziona rilevando i suoni e producendo onde sonore di uguale ampiezza per bloccarli. Un microfono “di riferimento” raccoglie i suoni del russamento, mentre due microfoni “di errore” captano i rumori ambientali. Quindi, un filtro adattivo crea un segnale anti-rumore appropriato, che viene poi riprodotto attraverso due altoparlanti nel cuscino di chi lo utilizza. Il modo di russare può cambiare durante la notte, così i ricercatori hanno applicato anche un “algoritmo adattivo”.

La ricercatrice Lichuan Liu evidenzia sul blog di ingegneria biomedica di IEEE Spectrum che “la zona di quiete è centrata, lontano dalle orecchie del partner”. Negli esperimenti, quando un manichino sensibile al rumore in un letto è stato esposto a registrazioni di russamenti, il sistema ha ottenuto riduzioni del rumore di 31 e 30 decibel rispettivamente nell’orecchio destro e sinistro, mentre il posizionamento sulla testata ha consentito solo riduzioni di rumore di 22 e 21 decibel. Questo si è tradotto in una riduzione di quasi due volte del russare percepito. Livelli di rumore intorno ai 35 decibel sono sufficienti a disturbare la qualità del sonno e facilmente superati da un moderato russamento, nell’intervallo da 50 a 60 decibel. Il record di una nonna inglese è 111.6 decibel.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ il Data Privacy Day, dalle app alle password: gli errori da non fare

 

 

 

 

 

“Oggi è il Data Privacy Day, giornata del 28 gennaio istituita dall’Ue nel 2006, e poi adottata in tutto il mondo per sensibilizzare gli utenti sulla protezione delle proprie informazioni personali online. Sempre più a rischio per l’aumentare del cybercrime ma anche della scarsa attenzione delle persone alla propria sicurezza digitale. Non è un caso che da anni in cima alla classifica delle password più usate online c’è ancora l’inossidabile ‘123456’.

Secondo dati forniti dalla Commissione Ue nei giorni scorsi, sono quasi 100mila i ricorsi presentati dai cittadini dopo l’entrata in vigore del GDPR, il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati approvato a fine maggio 2018. Visto che i dati sono il petrolio dei nostri tempi, la società di sicurezza Sophos ha stilato una classifica degli errori più comuni che vengono commessi e che mettono a rischio la vita digitale degli utenti.

•Lasciare la webcam sempre accesa

Per un hacker esperto non è impossibile accedere alle webcam di pc e smartphone. Per questo motivo, anche un semplice pezzo di scotch, da applicare sulla webcam dopo ogni utilizzo, risulta essere un’arma efficace per evitare pericolose intrusioni.

•Usare password troppo facili

Password per accedere ai social network, all’email, allo smartphone; tutte queste credenziali devono essere impostate in modo da rendere complessa la loro identificazione da parte dei cybercriminali: vanno dunque usati caratteri speciali, cifre e lettere sia maiuscole che minuscole.

•Riusare le stesse password

Ogni account deve avere una password univoca che conceda l’accesso solo ad una determinata piattaforma o dispositivo. Il motivo è banale: se un hacker riuscisse ad indovinare la password di un utente e questa fosse la stessa per tutte le piattaforme che utilizza, avrebbe accesso automatico a un’enorme mole di informazioni sensibili. In questo caso la praticità deve cedere il passo alla prudenza.

•Non aggiornare i software

Che sia l’aggiornamento dello smartphone o del pc, la maggior parte degli update rilasciati servono per colmare i punti deboli utilizzati dagli hacker e vanno dunque installati tempestivamente.

•Consentire alle app l’accesso completo al vostro dispositivo

Controllare sempre le autorizzazioni richieste da un’applicazione prima di scaricarla sui dispositivi. È inoltre importante eliminare tutte le app che non si utilizzano più.

•Condividere informazioni sensibili sui social e via email

Informazioni come la data di nascita, gli estremi della carta di credito o l’indirizzo possono rivelarsi armi molto preziose per gli hacker. Per lo stesso motivo, disattivare la geo localizzazione e limitare la condivisione pubblica dei propri spostamenti eviterà che i malintenzionati approfittino dell’assenza da casa in occasione di viaggi di piacere o trasferte di lavoro.

•Disabilitare le restrizioni di privacy sui social media

Essere consapevole di chi può vedere ciò che pubblichi è un obbligo. La maggior parte dei social consente di definire chi può e chi non può vedere i post, aggiornare le impostazione sulla privacy e limitare l’accesso ai propri aggiornamenti a un pubblico definito e fidato è un ottimo consiglio per tenere al sicuro i dati.

•Iscriversi a qualsiasi sito online

Non si tratta solo di ciò che si pubblica sui social, è importante essere consapevoli di ciò che si sta utilizzando online: piattaforme, siti di e-commerce, abbonamenti a servizi… È importante cancellare i vecchi e inutilizzati account social o email e condividere con parsimonia i propri dati sensibili sui form online

•Accedere ai propri account “solo” con la password

Molti siti permettono, e consigliano, di adottare un’autentificazione a due fattori. Sebbene sia noioso aspettare di ricevere un sms per accedere al proprio profilo Facebook, questo ulteriore passaggio rende più difficile agli hacker di rubare le credenziali degli utenti. In questo caso, la praticità deve cedere il passo alla prudenza.

•Preoccuparsi della privacy solo durante il “Data Privacy Day”

Anche se è stata definita una data ufficiale per sensibilizzare gli utenti sul tema della privacy, va ribadito che ogni giorno è il Data Privacy Day e che vanno praticati con perseveranza tutti i comportamenti atti a proteggere i dati sensibili dall’uso improprio da parte dei cybercriminali.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2019:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cellulare in classe, si cambia ancora? L’ipotesi di vietarlo per legge

 

 

 

 

 

 

 

Lo prevedono proposte di Lega e Forza Italia a margine del testo per la reintroduzione dell’educazione civica a scuola. Ma il ministro Bussetti: «L’utilizzo dei device per la didattica è uno strumento fondamentale e quindi sono a favore del loro uso»

“Vietare totalmente l’uso dei cellulari a scuola? L’ipotesi prevista in alcune delle proposte di legge che mirano a reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole primarie e secondarie non piace al ministro Marco Bussetti che taglia corto ribadendo che «l’utilizzo dei device per quanto riguarda la didattica è uno strumento fondamentale e quindi sono a favore del loro uso ma soprattutto ho fiducia nei nostri studenti». A riaprire l’eterno dibattito «cellulari sì, cellulari no» sono state in queste ore due proposte di legge, una della leghista Giorgia Latini, l’altra dell’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini (Forza Italia) che hanno riproposto l’esigenza di imporre il divieto di utilizzo del cellulare all’interno delle scuole per legge. «Per come la vedo io – dice il leghista Massimiliano Capitanio, primo firmatario del primo progetto per la reintroduzione dell’educazione civica a scuola – dovrebbe essere una norma di buon senso tenere il cellulare spento in classe. Un po’ come uno non tiene il casco in testa. Purtroppo però assistiamo continuamente alla diffusione di video registrati di nascosto a danni di compagni e docenti». Di qui l’ipotesi di esplicitare il divieto nel nuovo disegno di legge sull’educazione civica all’esame alla Camera. «Il cammino della legge è ancora lungo e non è detto che si renda necessario mettere per iscritto il no ai telefonini. Alla fine dovremo raggiungere un accordo per un testo unico e a quel punto vedremo che fare con il cellulare. Una cosa però è certa: se lo si vieta, le regole dovranno essere uguali per tutti, professori inclusi». Ma il ministro Marco Bussetti è di diverso parere: «Credo molto nel senso di responsabilità degli studenti sull’uso consapevole di questi strumenti ai fini di un migliore apprendimento. Condanno invece in maniera decisa l’uso per altri fini».

Diverso è il caso della proposta della Gelmini che è già stata accorpata al disegno di legge sulla reintroduzione dell’educazione civica a scuola, ma in realtà non si discosta in modo poi così evidente dalle norme già in vigore. Essa infatti prevede sì il divieto di utilizzo dei telefoni mobili e degli altri dispositivi di comunicazione elettronica all’interno delle scuole, ma in base al principio dell’autonomia scolastica delega ai singoli istituti di fissare «condizioni, casi e luoghi in cui l’utilizzazione dei telefoni mobili e degli altri dispositivi di comunicazione elettronica è consentito per finalità didattiche o per esigenze indifferibili degli alunni». Proprio come già previsto dal decalogo Fedeli.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Collection #1, il «più grande» furto di dati online: raccolti 773 milioni di mail. 

Cambiate le password 

 

 

 

 

 

 

“Viene raccontato come «il più grande furto di dati della storia» e si chiama «Collection #1», un’operazione di hackeraggio che avrebbe raccolto 773 milioni (772.904.991 per la precisione) di indirizzi web e più di 21 milioni (21.222.975) di password uniche. Il nome peraltro lascia supporre che esistano anche altre versione di questo attacco che ha portato alla raccolta di un archivio da 87 gigabyte di dati sensibili (foto sopra). Secondo Agi ad averne dato notizia per primo in Italia su Twitter è stato l’utente Odysseus, un esperto italiano di cybersecurity, ma a scoprire l’archivio è stato Troy Hunt, ricercatore informatico autore del sito Sono stato bucato? che da anni conserva il risultato di successivi furti di dati ai danni di Yahoo!, Facebook, Twitter, Adobe, YouPorn e via dicendo. Andando su questo sito è possibile scoprire se si è stati oggetti del furto. In ogni caso il consiglio degli esperti di sicurezza è quello di cambiare immediatamente le proprie password. Qui sotto potete   trovare una guida per farlo in modo sicuro. 

Secondo Hunt, Collection #1 è «il più grande databreach mai caricato sul sito». E su questa scia hanno titolato tutti i principali siti di tecnologia americani, i primi ad aver dato notizia dell’operazione,  da wired a Mashable. In realtà però il furto in sé non dovrebbe avere questa portata, cioè da un’analisi delle email messe a disposizione dal ricercatore suggerisce che l’enorme archivio (la foto sotto) sia appunto la collezione di diversi databreach operati negli anni ai danni di singoli privati, siti e organizzazioni. Molti account risultano infatti presenti nelle raccolte di attacchi del passato. Ma facendo una comparazione fra le email già raccolte dal suo sito e quelle appena scoperte, lo stesso Troy Hunt sostiene che «ci sono 140 milioni di email che non erano mai state caricate prima» nel suo database e lo stesso vale per la metà delle password, 10 milioni circa di password «nuove». Solo questi nuovi dati sarebbero dunque quelli veramente a rischio perché i precedenti sono verosimilmente già stati modificati dagli utenti. Come detto, per verificare se siete stati «bucati» potete verificare qui. Molti dei domini coinvolti dal furto, quelli da cui sono stati raccolti i dati, finiscono con «.com» e sono legati a siti con materiali pornografici oppure social network e portafogli bitcoin.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Generazione Alpha, come usano la tecnologia i veri nativi digitali? Rispondono i genitori 

 

 

 

Il report realizzato da Hotwire si focalizza sulla generazione Alpha, quella dei nati dopo il 2010. Molti dei genitori li vedono incollati agli schermi per troppo tempo, ma sanno che la familiarità con la tecnologia potrà essere utile a livello lavorativo in futuro

“I bambini nati dal 2010 in poi, la cosiddetta generazione Alpha, ormai ha una familiarità con la tecnologia che pareggia e spesso supera quella degli stessi genitori. E questi ultimi considerano la cosa come una risorsa che però lascia più di una preoccupazione. L’agenzia di comunicazione Hotwire, insieme a Onepoll, ha provato a capire l’idea che gli italiani si sono fatti del rapporto che i figli hanno con la tecnologia, sintetizzando poi i risultati in un report che rappresenta la seconda parte dello studio «Understanding Generation Alpha». 

 I timori degli adulti

Quasi un terzo dei genitori è convinto che i bambini preferiscano intrattenersi con gadget tecnologici che con un animale domestico, oppure un gioco tradizionale. E questo dato è legato anche in parte alla preoccupazione di circa il 77% degli italiani per il troppo tempo passato dai propri figli davanti ai display. Un valore più alto rispetto a quello globale, che raggiunge comunque il 70%, frutto di un’indagine che ha interessato anche altri sette paesi oltre al nostro. Per padri e madri italiani il timore è che il tempo trascorso sui device sia sottratto soprattutto allo sport e allo sviluppo delle relazioni personali. 

Opportunità per il lavoro

D’altro canto tre genitori su quattro sono consapevoli che l’utilizzo massiccio da parte dei figli dei dispositivi elettronici porti ad avere migliori prospettive di carriera per quello che riguarda lo sviluppo di soft skill utili, se non indispensabili, in un mondo del lavoro sempre più digitalizzato. Tra queste capacità vengono sottolineate in particolare quelle legate al pensiero veloce, al multitasking e al problem solving. 

Bambini insuperabili 

Un dato interessante è legato all’età a cui i figli superano le competenze tecnologiche dei propri genitori. Stando a quanto riportano gli adulti, a livello globale accade quando i più piccoli raggiungono gli otto anni, mentre in Italia l’età del sorpasso arriva solamente dopo i 10 anni. Questa familiarità dei più piccoli condiziona anche gli acquisti fatti dai genitori nell’ambito tecnologico ed addirittura un quarto di questi ha ammesso di aver chiesto ai figli un consiglio su quali prodotto comprare.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Napoleone tra mito e realtà
Ecco perché è ancora attuale

 

 

 

 

Napoléon Bonaparte

 

 

 

 

 

In edicola dal 3 gennaio il secondo volume della nuova collana «I protagonisti della storia»: questa volta la biografia è quella del grande condottiero corso

“Nei Mémoires d’outre-tombe(1848) Chateaubriand prendeva atto amaramente del trionfo della leggenda napoleonica: «Il mondo appartiene a Bonaparte; (…) da vivo ha mancato il mondo, da morto lo possiede. (…) Dopo aver subito il dispotismo della sua persona, ci tocca subire il dispotismo della sua memoria». Al di là dello straordinario fascino del mito, che faceva scrivere a Victor Hugo: «Tu domini la nostra età, angelo o demonio che importa?», colpisce la capacità dell’esperienza napoleonica di riproporsi puntualmente, al succedersi delle generazioni, come una fonte di riflessioni e di suggestioni vive e attuali. Lo conferma, nella prefazione del suo bel libro in edicola oggi con il «Corriere», Luigi Mascilli Migliorini, allorché osserva che le domande che ispirano la sua ricerca, pur essendo in fondo le stesse che quell’età e il suo protagonista già fecero a se stessi, risultano nuove proprio perché corrispondono ai problemi, alle aspirazioni, alla sensibilità del tempo presente. Ci si può chiedere allora perché continuare oggi a interrogare quel mondo lontano: quali spunti di riflessione, se non proprio quali risposte, esso può proporci rispetto alla realtà in cui viviamo? 

In un momento storico caratterizzato da una profonda crisi della democrazia rappresentativa, la considerazione della politica napoleonica, grazie alla lucida analisi di Mascilli Migliorini, può rappresentare un utile punto di riferimento per un dibattito politico nel quale non manca qualche richiamo, per lo più improprio e approssimativo, al bonapartismo, ma che appare appiattito su un uso indiscriminato e confuso del concetto di populismo. Naturalmente non si devono cercare nel regime napoleonico una organicità e una coerenza che non poteva avere: nato dalla rivoluzione e dalle vittorie militari, esso fu condannato ad inseguire una normalità che la sua stessa natura gli precludeva. Napoleone, uomo d’azione, fondava le proprie scelte sulla lezione dei fatti e solo successivamente amava evocare precedenti storici (Cesare, Carlo Magno) o aspetti del pensiero politico che potessero giustificarle o legittimarle. La categoria del cesarismo-bonapartismo fu il frutto di un’elaborazione a posteriori, che sistemò in un modello teorico le principali linee della sua politica.

Tema centrale del bonapartismo è il superamento della democrazia rappresentativa, la principale conquista politica della rivoluzione, e la sua sostituzione con una investitura dal basso attraverso il plebiscito. Quest’ultimo assume la tipica forma del pronunciamento popolare su un uomo che si pone di fatto come incarnazione degli interessi e delle aspirazioni della nazione. Il regime bonapartista si distingue perciò dagli altri regimi autoritari perché fonda la propria legittimità sul trasferimento di sovranità realizzato attraverso il plebiscito. Di qui l’intrinseca ambiguità del modello, che coniuga una matrice democratica, per altro sterilizzata e di fatto vanificata, e un potere che regola dall’alto la realtà sociale; questo giustifica le oscillazioni di un regime destinato a cercare un difficile equilibrio fra due istanze antinomiche e spiega anche le diverse configurazioni delle esperienze storiche che a quell’esempio si sono in vario modo, più o meno consapevolmente, richiamate o ricollegate. Corollari essenziali del modello sono ovviamente il fastidio per le lentezze e gli impacci delle discussioni parlamentari e la sostituzione dell’elezione popolare con la cooptazione.

In generale lo storico deve proporre con molta prudenza accostamenti fra età diverse, che riescono più suggestivi che utili sul piano della comprensione. Tuttavia appare evidente l’assonanza fra molti aspetti del dibattito politico contemporaneo e alcuni motivi centrali del bonapartismo, un tema sul quale utili riflessioni ha svolto, fra gli altri, Alessandro Campi nel libro L’ombra lunga di Napoleone. Da Mussolini a Berlusconi(Marsilio, 2007).

Basterà citare la tendenza a concepire l’elezione come una delega di sovranità che deve prevalere su ogni altra istituzione o corpo intermedio (magistratura o organi di garanzia), l’idea di un’assoluta preminenza del potere esecutivo in quanto legittimato dalla volontà popolare, la sistematica manipolazione dell’opinione pubblica, l’instaurazione di un rapporto diretto fra il leader e le masse. Di fronte a questi orientamenti, che riconducono al clima cupo dell’Europa fra le due guerre mondiali, vale la pena di ricordare le parole con le quali Adolphe Thiers, che pure aveva ammirato Napoleone come uomo «grande e fatale», volle chiudere la sua Histoire du Consulat et de l’Empire(1845-1862): «Come cittadini traiamo dalla sua vita un’ultima e memorabile lezione, ed è che, per quanto grande, sensato, vasto sia il genio di un uomo, non si deve mai affidargli completamente il destino di un Paese».

Lo storico francese esprimeva così una trasparente presa di distanza dal Secondo Impero di Napoleone III, ma lanciava al contempo un monito del quale è difficile non cogliere, ancora oggi, la stringente attualità.” Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo studio: la folla si muove come un fluido, possibile controllarla

 

 

 

 

“UNA folla di migliaia di persone preme sulla linea di partenza di una maratona. I partecipanti si muovono in modo regolare, a ondate, caratterizzate da velocità costanti. Ricordano il movimento di un fluido. Qualcosa di analogo avviene nel comportamento di una folla che, in preda al panico, spinge per allontanarsi dalla scena di un incidente, di un disastro naturale o di un attentato terroristico. A governare i loro spostamenti sono, infatti, le stesse equazioni matematiche.

Ne è convinto il gruppo di ricercatori dell’Università francese di Lione, coordinato da Denis Bartolo e Nicolas Bain. Nello studio pubblicato sulla rivista Science, condotto insieme ai colleghi dell’Università americana di Stanford coordinati da Nicholas Ouellette, gli autori, partendo dall’analisi dei corridori durante le fasi iniziali della maratona di Chicago, hanno dimostrato che è possibile elaborare modelli matematici basati sulla dinamica dei fluidi per descrivere il comportamento della folla in situazioni di panico collettivo.

Per il matematico Emiliano Cristiani, ricercatore dell’Istituto per le applicazioni del calcolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Iac-Cnr) di Roma, “questo approccio è utile per riprodurre e capire i meccanismi delle onde che si creano quando la folla è compressa, come durante un’evacuazione forzata, e spinge in avanti trovando l’ostacolo di altre persone e creando un effetto tappo”, ha spiegato l’esperto. “Nelle simulazioni il comportamento è analogo. Si tratta di un movimento a cascata dovuto a grosse congestioni, come avviene nel traffico o nella compressione dei gas per l’esplosione di un ordigno”, ha aggiunto Cristiani. “Le equazioni che descrivono questi fenomeni sono le stesse”, ha chiarito. Gli autori hanno dimostrato che l’approccio utilizzato per studiare il comportamento degli animali, come gli stormi di uccelli o i banchi di pesci, basato sull’analisi delle interazioni di singoli organismi con i compagni più vicini, non funziona con gli esseri umani. “In questo caso – ha concluso Cristiani – la folla è come se fosse un tutt’uno, come un fluido appunto, un’unica massa elastica”. Per gli autori, la comprensione di queste dinamiche potrebbe in futuro consentire di mettere a punto modelli per prevenire o controllare il comportamento della folla in situazioni di panico.” La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Combattere le emissioni paga, anche in termini di produttività

 

 

 

 

“Piano a dire che l’insurrezione dei giubbotti gialli francesi ha sepolto una volta per sempre il buonismo ambientalista, rivelando un rifiuto di massa per i sacrifici che la lotta al riscaldamento globale comporterebbe. I gilets jaunes avevano nel mirino il sistema fiscale francese, assai più che i disincentivi all’inquinamento. E, comunque, semplicemente non è vero che la battaglia contro l’effetto serra è una strada lastricata solo di rinunce, sacrifici, penitenze. Anzi, è vero il contrario. Fermare l’effetto serra non sarà gratis, ma, oltre a salvaguardare il futuro dei nostri figli, ha anche un ritorno immediato, tangibile, cospicuo, che possiamo misurare da subito nelle nostre tasche e nell’economia. Per dirla in un altro modo: quattrini, non solo aria pulita. E sono proprio gli strumenti più severi e stringenti a dare i risultati migliori.

Lo dice l’Ocse, l’organizzazione che riunisce i paesi industrializzati, in un rapporto appena uscito, dedicato specificamente al mercato europeo delle emissioni. Di cosa si tratta? Dal 2005, le aziende europee di qualche dimensione che operino nei settori dell’energia (come le centrali elettriche), dell’acciaio, del vetro, del cemento e della carta – attività in cui si produce molta anidride carbonica – non possono superare una determinata soglia nella quantità di Co2 che emettono i loro impianti. Se vanno al di sopra di x tonnellate di Co2, devono acquistare (su un apposito mercato) i diritti ad emettere x tonnellate. E chi fornisce questi diritti? Le aziende degli stessi settori che riescono a restare sotto quella soglia e, per questo, acquisiscono un bonus che possono rivendere. E’ il più grande esperimento di controllo della Co2 esistente al mondo: coinvolge 14 mila impianti elettrici e fabbriche in 31 diversi paesi e abbraccia il 40 per cento delle emissioni totali della Ue. E’ la medaglia al valore che i diplomatici europei non si stancano di esibire ad ogni summit sul clima. Perché funziona: fra il 2005 (quando è stato istituito) e il 2014, calcola l’Ocse, le emissioni dei settori e delle aziende interessate sono diminuite del 25 per cento. Bella forza, si potrebbe ribattere, in Occidente sono scese dappertutto, mercato delle emissioni o no. Ma in quelle regolate dall’Ets (Emission Trading System) di più, racconta l’Ocse. Nelle fabbriche e negli impianti che dovevano sottostare al regolamento del mercato, le emissioni sono infatti diminuite del 10-14 per cento in più, rispetto a fabbriche e impianti analoghi  che, però, erano esentati dalle norme sulle emissioni. Infatti, il grande tema rimasto in sospeso nel recente vertice Onu di Katowice è come riproporre a livello mondiale un mercato delle emissioni all’europea, forse la speranza più concreta di arrivare ad un taglio concreto e significativo della Co2, prima che sia troppo tardi.

Ma, oltre a funzionare, spiega il rapporto, il mercato conviene. Anzitutto – e non è poco – alle aziende che devono sottostare alle sue norme: un caso di regole stringenti, ma virtuose. Contrariamente a quanto si potrebbe, a prima vista, pensare, costringere le aziende a trovare un modo di frenare le emissioni o affrontare costi più alti (quelli dell’acquisto dei diritti ad emettere) fa bene ai loro bilanci. Le regole, infatti, “non hanno avuto effetti sul fatturato, sui profitti, sull’occupazione, sugli investimenti”. Anzi, dice l’Ocse, le aziende che rientrano nell’Ets “tendono ad andare meglio”.” 

La Repubblica 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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