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maggio 2020:

 

 

 

 

 

 

Dalla ricetta della longevità al digiuno. Come il cibo influenza il cervello: «Pillole per la mente»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un ciclo di otto conferenze online organizzate da BrainCircle Italia a partire da lunedì 11 maggio per riflettere insieme a studiosi internazionali sul rapporto tra alimentazione e salute mentale

“In questi mesi di confinamento, tutto chiuso salvo i negozi di alimentari, l’attenzione delle famiglie, giocoforza, si è concentrata sul cibo, unico svago consentito. La passeggiata per l’acquisto degli ingredienti, le ricette riscoperte e condivise sui social, le cene collegati online. C’è chi è ingrassato per lo scarso moto e la soverchia golosità, chi è dimagrito per la fatica di cucinare e fare smart working tenendo a bada i figli in studio a distanza, i congiunti innervositi dalla clausura, il traffico telefonico e gli animali domestici depressi.

Del cibo, e del suo rapporto con il cervello, si occupa una serie di conferenze online, pillole per la mente: come l’alimentazione influenza il cervello, organizzate a partire da lunedì 11 maggio da Brain Circeo Italia, l’Associazione no profit fondata da Viviana Kasam insieme a Rita Levi Montalcini, che ne è stata presidente onorario fin alla fine della sua vita. L’Associazione, nata lo scopo di divulgare le neuroscienze al grande pubblico, soprattutto ai giovani, punta sulla ricerca internazionale d’avanguardia comunicata in modo innovativo e anticonformista. Conferenze nei teatri, il festival Cervello&Cinema, prima alla Cineteca Oberdan, poi all’Anteo di Milano e alla Casa del Cinema a Villa Borghese a Roma, i BrainForum inernazionali, le tre edizioni di La scienza e noi all’Eliseo di Roma, i festival in tutta Italia e la mostra Il Colore del Pensiero, fotografie del cervello realizzate con la tecnica Brainbow, accoppiate a capolavori dell’arte contemporanea, che ha girato tutta Europa. «Pillole per la mente — spiega Viviana Kasam — nasce dal desiderio di raccontare come l’alimentazione influisce non solo sul nostro benessere fisico, ma anche sui nostri pensieri, i nostri comportamenti, il nostro sviluppo, le nostre emozioni, la nostra salute mentale, insomma».

Il progetto, nato in collaborazione con BrainCircle Lugano e con Clara Caverzasio, presidente del Comitato Scientifico e nota divulgatrice scientifica ticinese, propone una serie di riflessioni non convenzionali sulle abitudini alimentari.
Si parte dall’incontro di lunedì 11 maggio con Telmo Pievani, filosofo della scienza ed evoluzionista tra i più prestigiosi a livello internazionale, dedicato al tema «Pensiamo quello che mangiamo? Il rapporto tra l’evoluzione dell’Homo sapiens e la progressiva varietà della sua dieta»: carne, tuberi, selezione delle piante, l’analisi di un lungo percorso (che smonta la bufala della «paleodieta»).

Si prosegue fino a giugno con otto conferenze di mezz’ora che spaziano dalla «Ricetta della longevità» esaminata dall’immunologo Claudio Franceschi al ruolo dell’intestino, il nostro «secondo cervello» che contiene cento milioni di neuroni e risente direttamente di stress ed emozioni, spiegato da Florian Bihl, docente di Gastroenterologia presso l’Università di Ginevra. Tra i temi che saranno trattati, anche il digiuno, pratica presente con varie modalità in diverse culture e capace di influire, oltre che sulla fisiologia, sui nostri processi cognitivi: se ne discute con Massimiliano Sassoli de’ Bianchi, ricercatore presso l’Università VUB di Bruxelles e direttore del Laboratorio di Autoricerca di Base a Lugano.
E ancora: «Il dilemma dell’onnivoro, perché c’è chi rifiuta di mangiare qualsiasi cibo verde, chi detesta i dolci e ama solo il salato, chi diventa vegano e chi si ingozza di junk food?». Come il cervello sviluppa la propensione verso il cibo ma condiziona anche disfunzioni alimentari e rifiuto di nutrirsi: sarà il tema dell’incontro con
Raffaella Rumiati, professoressa di Neuroscienze cognitive alla Scuola Superiore di Studi Avanzati-Sissa di Trieste.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antichi romani maestri del riciclo: anche a Pompei la raccolta era differenziata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“NON illudiamoci, non siamo noi ad aver inventato la raccolta differenziata. L’idea di riutilizzare gli scarti appartiene da sempre all’essere umano, e gli antichi romani erano dei veri maestri. Invece che eliminare scarti e oggetti guasti, li accumulavano alle porte della città e li separavano con grande accuratezza per poi ri-destinarli tutti (o quasi) a un nuovo uso utile. A mostrarlo sono i risultati di uno studio, ancora non pubblicato, condotto da un gruppo di ricerca dell’Università di Cincinnati. I ricercatori hanno trovato prove di questa abile gestione dei rifiuti in alcuni siti archeologici dell’antica Pompei, precedenti all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Le pile di rifiuti negli scavi di Pompei

L’indagine è basata sullo studio di diversi campioni di strati di terreno nelle aree urbane dentro e fuori Pompei. I ricercatori hanno scoperto la presenza di mucchi di rifiuti in aree di raccolta situate soprattutto subito fuori dalle mura della città, e in alcuni casi anche all’interno, in appezzamenti di terreno abbandonati. “Queste pile di rifiuti sono spesso molto alte”, – ha sottolineato Allison Emmerson, docente di studi classici all’Università Tulane, che ha svolto lo studio insieme al gruppo dell’Università di Cincinnati, – “e sono probabilmente quello che resta dell’immondizia che veniva prodotta quotidianamente dagli antichi abitanti di Pompei”.

 

All’interno ci sono materiali di vario genere, fra cui un’abbondante quantità di minuscoli pezzetti di ceramica e di vetro, appartenuti ad oggetti come anfore e piastrelle, insieme a resti ossei di animali macellati e consumati, ceneri e carbone. “Mentre sono assenti frammenti più grandi di oggetti ancora in parte o del tutto intatti” – specifica Emmerson – “che non venivano accumulati in queste aree ma destinati probabilmente a un riuso immediato”.

Un riciclo intelligente nell’edilizia

I rifiuti, inoltre, non venivano ammassati per essere buttati, come avviene nei nostri cassonetti e nelle discariche. “Al contrario” – prosegue Emmerson – “i materiali venivano raccolti e accumulati e, quando l’ammasso era sufficientemente corposo, venivano riciclati”. Come? Servivano per riempire le mura di nuovi edifici, di cui costituivano la struttura. Una prova di questo, chiarisce la ricercatrice, si trova nel fatto che una volta impilati i materiali e creati i nuovi muri, questi ultimi venivano ricoperti di intonaco. Che serviva a dare un’aspetto più gradevole alla nuova costruzione.

L’origine delle pile di rifiuti

Finora gli scienziati ritenevano che queste pile di rifiuti non fossero l’immondizia prodotta quotidianamente dagli antichi romani. L’ipotesi, invece, era che dopo il terremoto che colpì Pompei nel 62-63 d.C., poco prima della famosa eruzione vulcanica del 79 d.C., gli abitanti avessero deciso di accumulare fuori dalle mura della città le macerie prodotte dall’evento catastrofico. “L’accumulo di macerie potrebbe aver contribuito a creare questi ammassi di scarti” – chiarisce Emmerson – “anche se la nostra idea è che queste pile fossero costituite per lo più da rifiuti prodotti dall’essere umano e destinati al riutilizzo”.

Immondizia e non macerie

Questa ipotesi deriva dal fatto che anche le zone periferiche in cui sono stati trovati molti di questi cumuli erano abitate e sembrerebbe poco probabile che le persone abbiano deciso di stipare e conservare lì le macerie senza riutilizzarle. Mentre è più probabile che si tratti di materiali destinati a creare nuove costruzioni. “Inoltre” – aggiunge l’esperta – “dalla nostra analisi risulta che gli scarti siano stati impilati in diverse riprese temporali e questo farebbe propendere per l’idea che i mucchi di scarto siano frutto di un accumulo continuativo di immondizia e non solo di un’operazione di eliminazione delle macerie”.

La differenza ieri e oggi

Insomma, il modo di accumulare e gestire i rifiuti e i punti di raccolta non sono paragonabili alle nostre discariche. “Quello che è diverso è il punto di vista. Noi ci concentriamo sull’eliminare, sul buttare gli oggetti per allontanarli quanto più possibile da dove viviamo” – dice l’esperta – “e solo dopo ci preoccupiamo che qualcuno ricicli alcuni materiali. Mentre i pompeiani conservavano questi rifiuti in prossimità dell’abitato o anche all’interno per poi riutilizzarli non appena possibile”.” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Psoriasi, seguire la dieta mediterranea serve?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Se ad oggi non è stato scientificamente dimostrato un rapporto di causa-effetto tra psoriasi e cibo, una scorretta alimentazione è in grado di indurre peggioramenti significativi del quadro clinico, quindi è importate che chi è affetto da psoriasi segua una corretto regime dietetico per prevenire peggioramenti della malattia, per non interferire con alcuni farmaci utilizzati per la terapia e per non indurre patologie spesso associate (come diabete o disturbi cardiovascolari). Spesso vengono applicate diete prive di validità scientifiche che contribuiscono a peggiorare il quadro clinico. Giova infatti ricordare che la psoriasi si configura come una patologia infiammatoria cronica, sensibile a drastiche e insensate scelte alimentari.

Per quanto riguarda la dieta mediterranea è invece innegabile come contribuisca sensibilmente a migliorare  tutte le malattie infiammatorie cutanee ( e non solo, si pensi ai tumori o alle patologie cardiovascolari), tra cui la psoriasi, attraverso apporti bilanciati di pesce, verdure, carboidrati e frutta. Questa malattia è dovuto a uno stato infiammatorio cronico che sappiamo essere collegato anche a un aumento della glicemia con predisposizione al diabete e a elevati livelli di colesterolo e trigliceridi con conseguenti disordini metabolici. Di recente però è emerso il ruolo negativo svolto dal glutine che, attivando il micro io ma intestinale, sarebbe origine di incrementi e peggioramenti di malattie infiammatorie anche della pelle. Alla luce di questa evidenza per o pazienti affetti da psoriasi, si consiglia di attenersi alla dieta mediterranea, assumendo però pane e pasta priva di glutine, meglio se integrale.

Con questa modifica si potrà sfruttare il bilanciamento della dieta mediterranea, senza subire gli effetti potenzialmente dannosi svolti dal glutine. Mangiare bene, sano, evitando alcol e fumo dovrebbe essere il decalogo di tutti, in particolare dei malati di psoriasi nei quali il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche è, giova ricordarlo, più alto rispetto alla popolazione normale.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aprile 2020:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Magris: la morte al tempo di Covid-19 Forme nuove di una nemica eterna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non finisce mai la narrazione lugubre dei modi che assume la fine della nostra esistenza. Forse però la sua incontinenza ci aiuta a non vederla sempre intorno a noi

“Prolixitas mortis, dice la teologia. La morte è prolissa, non riesce a concludere mai definitivamente il suo discorso; inventa sempre nuove forme come il linguaggio inventa nuove figure retoriche. Non finisce mai la sua narrazione, ha sempre qualche nuova pezzetta da aggiungere.

Forse la sua incontinenza è anche uno psicofarmaco o un placebo, che aiuta a non vederla sempre intorno; un’endorfina che impedisce di percepire la sua prossimità sempre incombente, la sua potenzialità nelle forme più diverse. La prolissità la svaluta, come accade alla merce in eccesso. Lo dimostrano pure le settimane che stiamo vivendo, col coronavirus e i suoi bollettini di guerra; il grande numero, la ripetizione della morte spaventa ma produce pure una certa assuefazione, che non si sa se definire difensiva o traditrice.

C’è nella storia di molti, di quasi ognuno di noi una prima, fondamentale esperienza della morte, incontrata con l’intensità delle rivelazioni fatali. Molti, molti anni fa ci fu, nella vita fraternamente comune e condivisa del nostro gruppo di amici e di amiche, torinesi di Trieste e triestini di Torino come amavamo chiamarci, una prima morte vissuta non solo da chi era (e dunque è, perché i legami e i valori sono) compagno/a figlio/a di Euridice o Alcesti, ma da tutti/e noi come uno squarcio irreparabile nel tessuto della vita.

Eravamo tutti/e là, intorno a quello strappo radicale. I decenni seguiti hanno condotto per mano, con intermittenti strattoni, molti/e (sempre meno) di noi nel deserto di chi sopravvive, come disse tanti anni fa Ungaretti in un discorso a Trieste. Chi sopravvive non ama il deserto e alle dune e alle sabbie di Lawrence d’Arabia preferirebbe star seduto a un tavolino con uno di quelli/e che, quando verrà il Giorno del Giudizio, testimonieranno per lui/lei, magari dimenticando qualche discutibile dettaglio.

La prolissità della morte continua a traboccare nelle nostre stanze come da una tubatura in perdita e a ricordarci, ad ammonirci che nelle prossime settimane o mesi potremo perdere alcuni nostri cari. Ma si parla sempre della morte degli altri, non del loro dispiacere se ad andarmene sarò io.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla ricerca di false e antiche panacee Carne di vipera nei farmaci prodigiosi

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ansia di combattere malattie terribili come peste e sifilide ha portato i nostri antenati a inventare rimedi bizzarri, a base di mercurio, zolfo, grasso di maiale e sterco di cavallo

“La più potente e invincibile (…) arma che usar possino li medici contra ogni veleno totale (…) insanabile, horrendo, pestifero». Ecco che cosa avrebbe suggerito contro il coronavirus lo scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi verso la fine del Cinquecento: la Theriaca. Scrisse infatti in un manoscritto, conservato a Bologna e da anni al centro degli studi di Barbara Di Gennaro Splendore, dell’Università di Yale, che grazie all’impiego della carne di vipera nel miracoloso medicamento «siccome la calamita tira il ferro… così la vipera in questa tanto desiderata Theriaca tira a se con gran vehemenza et prestezza ogni et qualunque veleno radicato in qual minera si voglia del corpo…».

Sono millenni che l’uomo cerca qualcosa di prodigioso in grado di combattere i mali che via via si abbattono sulle popolazioni. Da molto prima che ciarlatani, spacciatori di unguenti 4.0 e untori millennials infettassero oggi il pianeta con fake news su farmaci giapponesi dannosi ai feti, sulle proprietà immaginifiche della vitamina C, sui gargarismi con la candeggina, sulle pozioni fai-da-te… Stupidari che richiamano gli anni sciagurati di Manto Tshabalala-Msimang, la ministra della Salute del Sudafrica che, al fianco del presidente Thabo Mbeki, giurava che contro l’Aids, più che i farmaci antivirali, funzionavano «cibi come aglio, limone, patate africane e barbabietola».

L’immagine rappresenta la cura del mercurio contro la sifilide mediante fumigazioni

Ed ecco, andando indietro nel tempo, la «panacea universale» che, spiega la Treccani, fu la «denominazione assegnata dagli alchimisti al chermes, minerale ritenuto capace, oltre che di guarire ogni male, anche di prolungare indefinitamente la vita». E l’opobàlsamo, l’olio ricavato dalla resina di un arbusto, chiamato appunto Balsamo, che pare crescesse solo nell’antico Egitto. E di cui avrebbe scritto per primo Dioscoride Pedanio, un botanico e medico greco vissuto a Roma ai tempi di Nerone. Una storia oscura e velata anche dal mistero della scomparsa (peraltro contestata) della pianta le cui virtù sarebbero state «riconosciute» secoli e secoli dopo in un altro arbusto trovato sorprendentemente in America. Vero? Falso? Mah…

Fatto è, scrive nell’articoloIl grande business della «Teriaca veneziana» Nelli-Elena Vanzan Marchini, che «quando Pompeo conquistò il Ponto, pare abbia trovato in uno scrigno la ricetta scritta di proprio pugno da Mitridate che venne poi utilizzata dai medici romani. Un secolo dopo Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, la modificò sostituendo la carne di Scincus, rettile dell’Arabia e del Nord Africa di difficile reperimento, con quella di vipera e portò i componenti al numero di 64: nasceva così la teriaca come farmaco che avrebbe avuto la fama di panacea universale. Tra i suoi numerosi elementi vi erano: la rosa, il giaggiolo, la cannella, la mirra, lo zenzero, lo zafferano, il dittamo, il pepe nero, la valeriana, la terra di Lemno, il vino vecchio, il miele, l’oppio… E ovviamente la carne di vipera». Se possibile dei Colli Euganei. La più pregiata e difficile da trovare se è vero che nei momenti di punta a Venezia «il fabbisogno mensile di ciascuna spezieria si aggirava intorno alle 800 vipere che venivano decapitate, pulite dalle interiora, scuoiate e bollite…».

Ma servivano poi, quelle pastiglie? I «teriacanti» della Serenissima rispondevano con una filastrocca: «Batti, batti, pesta, pesta/ la Teriaca qui si fa./ più d’un morbo che molesta/ per tal farmaco sen va». E lo stesso Aldrovandi assicurava che «felice dir si può quella città che (ne possiede) di questi pericolosi tempi sospetti di quella orribile e spaventosa peste che migliaia di uomini solo in un momento di tempo ammazza».

Scriveva anzi, con parole attualissime, che «l’imperatore, il re di Francia, di Spagna e tanti e tanti altri principi spendono milioni di ducati in tante guerre che loro fanno, con la morte di tante migliaia di uomini et con tanta distruzione di castelli e città», ma meglio avrebbero fatto a impegnarsi nell’impresa «di riformare la farmaceutica»: «Son certissimo che conseguiranno uno scopo et fine utilissimo… et con poca spesa».

La peste. Quello era l’incubo, ricorda Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia della farmacia e del farmaco all’Università di Ferrara e autrice del saggioRicette contro la Peste per Duchi e Duchesse, dove cita una formula presa dal Tractato contra la peste del 1522 scritto dal medico Giovanni Manardi: «Togli sangue di anatra maschio & femmina/ di ocha/ di capreto/ tutti sechi seme di Ruta saluatica di finochio/ di comino/ di anetho/ di napi saluatico ana tre drachme Gentiana trifolio/ squinantho/ incenso/ rose/ drachme quatro pepe biancho pepe longo/ costo valeriana aneso…» O un’altra ricetta dalRecetario de Galieno Optimo e probato a tutte le infirmità che achadeno a Homini et a Donetradotto nel 1514 a Venezia da Zuane Saracino: «Mira, Zafrano, Bolarminio, Carobe, Coralli rossi, Mirabolani emblicorum e Aloe. E fane pillole con malvasia o vino simile e nel tempo molto caldo fale con aloe lavato e negli altri tempi con aloe non lavato»…

Ma come dimenticare i rimedi tentati, con angoscia crescente, contro la sifilide? A partire dal trattamento, da parte dell’istrionico Paracelso (quello che si inventò l’Homunculus coltivato in una ampolla sepolta nello sterco di cavallo), a base di mercurio? «Oltre che sotto forma di unguento (mescolato con grasso di maiale, e, in seguito, con zolfo, mirra, incenso)», spiega nel libro L’altra faccia di VenereEugenia Tognotti, «il mercurio veniva usato per “fumigazioni”, bruciando un composto del metallo, in genere il cinabro, in un ambiente chiuso, nel quale il malato veniva rinchiuso». Come gli speciali recipienti chiamati «botti di Modica»: «Prima di iniziare la cura il malato era tenuto a dieta, purgato, salassato, riempito di tisane e di clisteri di ogni specie. Veniva quindi chiuso in un locale surriscaldato. Seguivano ancora salassi e purghe. Il trattamento non era interrotto neppure in caso di fenomeni d’intossicazione». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Dantedì “digitale”: ecco tutte le iniziative per la giornata di Dante

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima giornata nazionale dedicata a celebrare il poeta ai tempi del coronavirus: chiuse scuole, università e musei, tutti gli eventi si sono trasferiti sul web, in radio e in tv. Ecco cosa non perdere

E quindi uscimmo a riveder le stelle: così si chiude l’Inferno dantesco. Versi che in tempi di coronavirus risuonano in modo singolare, come un appello alla speranza e insieme alla nostra comune identità di italiani. E così la prima edizione del 25 marzo come Dantedì (il 25 marzo 1300 è designato come inizio del viaggio dantesco nell’Aldilà), ossia la giornata nazionale dedicata al poeta istituita dal ministero dei Beni Culturali, non è stata annullata. Si è invece trasferita online e sui media, in un momento in cui tutte le istituzioni culturali del paese, dalla scuola all’università, dalle accademie ai musei, sono chiuse. Gli appuntamenti sono moltissimi e tutte le iniziative sono identificate dagli hashtag ufficiali #Dantedì e #IoleggoDante. Eccone alcune

Nei musei

Sul canale YouTube del MiBACT, un video di 40 minuti – aperto da un appello di Carlo Ossola, presidente del Comitato Nazionale per le celebrazioni dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, vede alternarsi italianisti e dantisti che raccontano la vita del sommo poeta e la Divina Commedia. Il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, spiega come il senso di questa festa sia di unire dantisti e dantofili, come li definiva Giosuè Carducci, ossia studiosi e appassionati amatoriali, mentre lo storico della letteratura Luca Serianni evidenzia quanto sia forte la sua impronta sulla nostra identità, dal momento che ogni italiano ne conosce a memoria almeno un verso. Sempre sullo stesso canale sono pubblicate le letture dantesche e le iniziative di varie istituzioni museali.

Gli Uffizi di Firenze hanno invece pubblicato sul loro sito un’ esposizione virtuale dedicata a Dante, intintolata Non per foco ma per divin’arte. Immagini dantesche dalle Gallerie degli Uffizi: una scelta di 11 opere appartenenti alla collezione delle Gallerie, tra dipinti, disegni e sculture dal Quattrocento all’Ottocento che raccontano la figura, i personaggi e la fortuna dell’Alighieri nella storia dell’arte. Tra queste l’affresco di Andrea del Castagno raffigurante il Poeta e scene dalla Divina Commedia come La Selva oscura di Federico Zuccari, oltre a capolavori di Cimabue, Giotto, Botticelli e Pio Fedi. Sulla pagina Facebook del museo è disponibile il video del tour archeologico sotto il piano stradale della fabbrica vasariana. Anche il Museo e Real Bosco di Capodimonte partecipa alle celebrazioni citando versi della Divina Commedia abbinati alle opere della propria collezione, con gli con gli hashtag ufficiali #Dantedì e #IoleggoDante. Tra le immagini selezionate quelle dei dipinti riferiti ai sette vizi capitali (Lussuria, Superbia, Accidia, Gola, Invidia, Avarizia e Ira) del fiammingo Jacques de Backer, presenti in Collezione Farnese, o il busto di Dante in marmo di un ignoto del XIX secolo, esposto nella mostra Depositi di Capodimonte.” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Flashmob delle Biblioteche di Roma: per il Dantedì “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il 25 marzo, in corrispondenza con la data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebrerà la prima edizione del Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo.

L’appuntamento è per le 12 di mercoledì 25 marzo, orario in cui siamo tutti chiamati a leggere Dante e a riscoprire i versi della Commedia. Biblioteche di Roma aderisce al Dantedì Flashmob per celebrare il Sommo Poeta con la lettura della Divina Commedia. Alle ore 12 di domani, sulle pagine dei social e sul canale youtube Mediateca Roma, Biblioteche di Roma pubblicherà un contributo inviato da Giulio Ferroni, autore del libro L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia di Dante edito da La nave di Teseo, e un video realizzato dagli operatori e dagli utenti delle Biblioteche di Roma che leggono alcune terzine del Canto V dell’Inferno.

Inoltre, sul portale www.biblioteche di Roma, sarà pubblicata una selezione bibliografica che comprende risorse digitali, edizioni recenti e curiosità dantesche. E ancora, per i più piccoli un omaggio a Dante, per scoprire il celebre autore fra le pagine dei libri per bambini e per ragazzi. Tutti gli utenti di Biblioteche di Roma sono invitati a condividere con gli hasthag #ioleggocondante #Dantedì.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inf., V canto).” Il Messaggero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

marzo2020:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Yellowstone», western moderno che ricorda i film classici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kevin Costner è il protagonista della serie su Sky Atlantic: un cow boy pronto tutto per difendere i confini della sua terra dalla modernità espansiva

“Le vallate incontaminate del Montana, il limitare del deserto, uno stallone da domare, la faccia segnata di Kevin Costner, un mondo antico che sta per crollare, la riserva indiana da allargare, l’espansione edilizia senza scrupoli…. La serie «Yellowstone» è un western moderno che a tratti ricorda alcuni film classici. I primi che mi vengono in mente: «Il gigante» di George Stevens, 1956, «Il marchio dell’odio» di Joseph H.Lewis, «Il grande paese» di William Wyler e chissà quanti altri. Perché la struttura è esemplare: Costner interpreta John Dutton, capofamiglia e proprietario del ranch, pronto a tutto pur di difendere i confini della sua terra contro il nemico esterno (non più gli indiani, in questo caso, ma la modernità espansiva).

Ma, come canone esige, c’è anche la lotta interna, contro i quattro figli: Kayce, un veterano che ha lasciato il clan dei Dutton per vivere nella riserva con la moglie e il figlio (anche i nativi rivendicano i loro diritti); Jamie, un avvocato che vuole iniziare una carriera in politica; Beth, l’unica donna, un lavoro spietato nel settore finanziario e qualche problema con l’alcol; Lee, che ha dedicato la sua vita al ranch. Lo schema è molto semplice: da una parte alcuni imprenditori avidi, senza scrupoli e i giochi di potere della politica, dall’altra una comunità indigena intenzionata a vendicare le perdite subite in passato e in mezzo una famiglia-clan intenzionata a difendere sé stessa, i propri possedimenti e la propria identità. La scrittura non può che essere old style (la dimensione mitica del western classico se la poteva permettere, qui no), troppo prevedibile, con una caratterizzazione dei personaggi scolpita nel legno del Montana. La morale della serie in una frase del patriarca al figlio ribelle: «Non esistono gli uomini buoni, Kayce: tutti gli uomini sono cattivi. Ma alcuni di noi si battono duramente per essere buoni». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parma capitale della Cultura, Governo al lavoro per la proroga al 2021

 

 

 

 

 

 

 

“Il titolo di capitale italiana della cultura 2020 è conferito alla città di Parma anche per l’anno 2021.

La proroga è una delle proposte ministeriali allo studio per il decreto legge per l’emergenza sanitaria da coronavirus.

Il coronavirus ferma Parma capitale italiana della Cultura

Il coronavirus ferma Parma capitale italiana

La procedura di selezione relativa al conferimento del titolo di Capitale italiana della cultura per l’anno 2021, in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, si intendono riferite all’anno 2022″ precisa ancora la bozza.

Dopo le parole dell’assessore comunale alla Cultura Michele Guerra è oggi il Comitato per Parma 2020 a tornare sulla vicenda sottolineando, in una nota, che “stiamo tentando l’impossibile per riprogrammare il maggior numero di attività nella seconda metà dell’anno o, in molti casi l’anno prossimo”.

Al momento, viene spiegato infatti, “si attende, in tempi auspicabilmente brevi, di conoscere la decisione del Governo circa la possibilità di concedere a Parma di proseguire il suo percorso di Capitale Italiana della Cultura nel 2021, in modo che si possa tentare di recuperare ciò che si perderà quest’anno e si possa giungereancora più pronti”.

Per questo, viene osservato, “in queste settimane il team di Parma 2020 non smetterà un solo giorno di lavorare, seppur a distanza, per valutare tutte le azioni che andranno programmate in relazione al calendario, alle risorse e, in particolare, alla comunicazione di Parma 2020, che verrà intensificata per tenere alta l’attenzione sulla città, sul territorio e su tutto ciò che riprenderemo a fare non appena l’emergenza sarà cessata”.” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sappiamo davvero che cosa è la fame?

Distinguere necessità e golosità

 

 

 

 

 

 

 

Un altro buon motivo per fare attività fisica è capire quando davvero si ha bisogno di introdurre cibo. Tutta una questione di ormoni della sazietà e dell’appetito. Ma anche di testa

Che cosa è davvero la fame

Nera. È associata a questo colore. Da sempre. Cosa? La fame, una condizione che milioni di persone nella storia dell’umanità hanno conosciuto e conoscono (sono 821 milioni le persone al mondo colpite da malnutrizione, dati World Food Progamme). Non però nella gran parte del mondo occidentale, il mondo ricco, quello che mangia più di quello di cui ha bisogno e che addirittura si permette di buttarlo via il cibo. Altro che fame. Chiediamoci, allora, se sappiamo cos’è la fame. Per molti di noi (forse per tutti) la risposta è: «Certo che conosco la fame, anzi la incontro, e da vicino, più volte al giorno». È normale: il nostro corpo chiede energia per poter funzionare e noi obbediamo. Ma la sensazione di fame è la classica arma a doppio taglio: da una parte risponde a una esigenza primaria, dall’altra è lo specchio di cattive abitudini e letture sbagliate di messaggi che vengono dal nostro cervello.

Bisogno di consolazione

Verrebbe da dire che noi, figli di una società dell’abbondanza, sappiamo bene cos’è il languorino ma non conosciamo per niente la fame. «Spesso mangiamo senza che il nostro corpo ne abbia bisogno — spiega Stefano Erzegovesi, medico nutrizionista e psichiatra, primario del Centro per i disturbi alimentari dell’ospedale San Raffaele di Milano — siamo portati a usare il cibo come un “regolatore emotivo”. Facciamo un esempio: siamo tristi o arrabbiati? Se mangiamo una merendina o delle patatine fritte subito proviamo una sensazione di piacere che ci consola, ci calma. Diciamolo: le industrie alimentari progettano questi cibi in modo che abbiano un “alto effetto gratificante”: grazie a una sapiente miscela di zucchero, sale e grassi garantiscono un immediato piacere al palato ma hanno anche un effetto che il nostro cervello percepisce come drogante». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scala, Palazzo Reale (e la Fiera a Rho) Il Salone del Mobile investe in cultura

 

 

 

 

 

 

 

La rassegna dell’abitare si terrà dal 21 al 26 aprile (con l’incognita coronavirus). In programma un’installazione nella Sala delle Cariatidi e il concerto con Riccardo Chailly

“Nel segno della bellezza, della cultura, della sostenibilità, dell’inclusione, della solidarietà nei confronti dei cinesi «che se non potranno essere presenti a Milano, saranno coinvolti in altri modi, soprattutto con il digitale». Salone del Mobile, il cinquantanovesimo. Quasi ci siamo. L’appuntamento è per il 21 aprile (fino al 26) nei padiglioni di Rho-Fiera: quest’anno in mostra — attesissimi— ci sono bagno e cucina, si aspettano padiglioni faraonici. Ricerca e tecnologia. Eventi culturali in città: una «Scatola Magica» nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e il concerto alla Scala diretto da Riccardo Chailly. Si parte. Con l’incognita coronavirus e — di conseguenza — trentamila visitatori cinesi in meno.

Presentazione mercoledì 12 febbraio nell’aula magna dell’Università Cattolica. Apertura del rettore Franco Anelli, i saluti del sindaco Beppe Sala che ha sottolineato il ruolo importante di atenei e design per la città. E dei giovani: «Sono il motore della nostra cultura. Seicento designer che parteciperanno al Salone Satellite sono under 35». Poi ci sono gli altri numeri: oltre 210 mila metri quadrati di superficie netta espositiva in Fiera, 2.200 aziende che si mettono in gioco in sei giorni di manifestazione.

Progetto, impresa, qualità, sistema, ingegno. La macchina del design si muove, nonostante le emergenze internazionali. Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile (e di Kartell), resta fiducioso: «Saremo pronti tra due mesi con gli amici da tutto il mondo, chiaramente sappiamo qual è la situazione in Cina e sapremo gestirla. Noi lavoriamo al nostro programma, vogliamo che Milano sia pronta per ribadire che è la capitale della creatività e proporrà una settimana davvero interessante». Aggiunge Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo: «È logica la nostra preoccupazione per il 2020, non possiamo nascondere l’entità dell’emergenza. Ma siamo pronti ad affrontarla».

Idee chiare e parole chiave: ingegno, impresa, sistema, comunicazione. Cui se ne aggiunge, per l’edizione 2020, una: bellezza. «Perché inventare ogni anno un design nuovo, sperimentare ogni sorta di armonia nelle forme, plasmare il materiale “giusto” raggiungendo un alto grado di sostenibilità significa ricercare la bellezza. Ed è questo che fanno, con onestà, impegno e trasparenza, le aziende e i progettisti protagonisti del Salone del Mobile».

Etica del fare, estetica dell’abitare. «Si vedranno tante aziende impegnate nell’investire in prodotti e sistemi focalizzati rivolti al benessere delle persone e dell’ambiente», afferma Claudio Luti.

E nell’ambito della bellezza è compreso anche il consueto appuntamento culturale organizzato dal Salone del Mobile. Quest’anno si tratta della «Scatola Magica»: dal 21 aprile al 3 maggio, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, andrà in scena una monumentale installazione audiovisiva site-specific dedicata ai dieci valori che compongono il Manifesto del Salone del Mobile. Saranno proiettati dieci film d’autore realizzati da dieci registi italiani: ciascuno ha interpretato secondo la propria cifra stilistica una parola del Manifesto, trasformandola in un corto d’autore. Claudio Giovannesi si è cimentato con la parola Cultura, Francesca Archibugi con «Emozione», Pappi Corsicato con «Impresa», Daniele Ciprì con «Milano», Wilma Labate con «Progetto», Stefano Mordini con «Qualità», Bruno Bozzetto con «Sistema», Luca Lucini (che ha partecipato alla presentazione) con «Comunicazione», Donato Carrisi con «Ingegno» e infine, Gianni Canova e un team di studenti di cinema dell’Università Iulm con «Giovani». L’ingresso, come sempre, sarà gratuito. Il percorso durerà una ventina di minuti: «Abbiamo immaginato di inventare un “dizionario visionario” della creatività italiana» spiega Davide Rampello, direttore artistico dell’installazione.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

febbraio2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intelligenza: bisogna allenare il cervello come fosse un muscolo

 

 

 

 

 

 

 

Ereditare buoni geni non è tutto, ambiente esperienze e persino una buona alimentazione fanno la differenza e il picco è dopo i 40 anni

“L’intelligenza non è un monolite misurabile con il test del QI, e ognuno può essere forte in un «dominio» specifico, magari arduo da valutare (non è facile quantificare l’intelligenza intrapersonale, quella morale o quella corporea); ma se definiamo l’intelligenza come la capacità di adattarci al meglio all’ambiente e di rispondervi di conseguenza è difficile sostenere che sia una qualità inutile.

È possibile allora diventare più intelligenti?

Gioacchino Tedeschi, presidente della Società Italiana di Neurologia, spiega: «L’intelligenza è stata considerata a lungo una capacità innata, dipendente dal patrimonio genetico ereditato dai genitori; oggi si ritiene che anche fattori ambientali concorrano ad innalzare l’efficienza intellettiva. Che infatti cambia nel tempo: da giovani abbiamo un’intelligenza più fluida, ovvero una capacità di analizzare problemi, identificare gli schemi e le relazioni sottostanti tra elementi per trovare una soluzione usando il ragionamento logico, indipendentemente dalle conoscenze acquisite con l’apprendimento. È la componente strutturale e funzionale “innata” dell’intelligenza; da adulti e anziani sviluppiamo un’intelligenza cristallizzata, cioè la capacità di utilizzare competenze e conoscenze che scaturisce dall’esperienza ed è legata alla cultura. Quindi, l’intelligenza può essere sviluppata ed è influenzata dall’ambiente che, se ricco di stimoli e nuove sfide, contribuisce a migliorarla». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Dantedì si terrà il 25 marzo Alighieri ha il suo giorno celebrativo

 

 

 

 

Il consiglio dei ministri su proposta del titolare del dicastero della Cultura Dario Franceschini ha istituito la data per la giornata dedicata al poeta Dante Alighieri

“Il Dantedì entra nel calendario: il 25 marzo sarà la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri. Il Consiglio dei ministri, nella seduta di venerdì 17 gennaio, ha approvato la direttiva che istituisce il giorno per il poeta, in vista dei 700 anni dalla sua scomparsa che cadranno nel 2021.

Il Dantedì è nato su proposta del ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo; il titolare del dicastero Dario Franceschini non nasconde la sua soddisfazione. «L’aspetto che più mi rende felice — spiega il ministro al “Corriere” — è che il Dantedì resterà immutabile nel calendario anche dopo la conclusione delle celebrazioni». «Abbiamo bisogno di rafforzare la cultura nel nostro Paese e Dante è un punto d’appoggio fondamentale» ha osservato il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che già da sottosegretaria aveva espresso il suo sostegno al progetto. Anche il suo ministero verrà chiamato in causa visto che a caratterizzare il Dantedì sarà il coinvolgimento delle scuole. «Stiamo lavorando a iniziative per gli studenti già a partire dal 2020», dice al “Corriere” Azzolina. L’attenzione al mondo della scuola trova conferma anche nella data scelta: «Fino all’ultimo — svela Franceschini — c’era una alternativa tra due giorni». Il 14 settembre, data di morte del poeta, e il 25 marzo, che gli studiosi riconoscono come possibile inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. Ha prevalso la seconda anche per la sua collocazione più felice all’interno dell’anno scolastico.

Le aspettative in vista della ricorrenza del 2021 sono molte: dopo l’impegno di Poste Italiane (con il coinvolgimento di 70 Comuni legati alla vita o all’opera del poeta) «altre grandi aziende si facciano avanti» esorta il ministro Franceschini. «Dalla Rai mi aspetto che su Dante proponga e produca grandi cose». Il ministro annuncia poi per il 2021 una grande mostra dantesca alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Sono oltre 400 le iniziative giunte al Comitato nazionale per le celebrazioni dei 700 anni della morte di Dante, presieduto dal filologo Carlo Ossola. Lo studioso ha accolto con favore la «nascita» del Dantedì: «Permetterà di ravvivare ogni anno la memoria del poeta, il cui ricordo è vitale per la sopravvivenza della nostra mente».

L’istituzione della giornata ha incassato il plauso anche dell’Accademia della Crusca: «Cercheremo di riempire questo giorno di contenuti anche popolari per raggiungere un pubblico vasto, per far sentire Dante come proprio a tutto il popolo italiano» ha detto Claudio Marazzini, linguista, presidente del sodalizio. Marazzini, con il linguista Luca Serianni e il dantista Alberto Casadei, era stato tra i partecipanti all’evento Dante è la nostra identità. Per l’istituzione del Dantedì, che si era svolto il 4 luglio 2019 a Milano nella Sala Buzzati del «Corriere», organizzato da Fondazione Corriere. L’incontro aveva fatto seguito alla proposta, partita il 24 aprile 2019 da un corsivo del giornalista e scrittore Paolo Di Stefano sul «Corriere della Sera», che Dante Alighieri avesse una sua giornata sul calendario. Il termine Dantedì era stato coniato in seguito insieme con il linguista Francesco Sabatini; quest’ultimo è intervenuto venerdì 17 parlando di «una vittoria per l’Italia della cultura».

Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e presidente di Fondazione Italia che a Dante ha dedicato un convegno, ha definito il Dantedì come «una iniziativa una volta tanto condivisibile» presa dal governo; di «grande occasione» ha parlato Andrea Martella, deputato pd, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria; infine, Michele Nitti, deputato del Movimento 5 Stelle in Commissione Cultura, che nel luglio 2019 era stato il primo firmatario della mozione per istituire il Dantedì, ha ribadito che «protagoniste della giornata saranno principalmente le scuole».

L’idea del Dantedì era nata dal «Corriere della Sera»; in un corsivo del 24 aprile 2019, il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano aveva proposto che Dante Alighieri avesse una sua Giornata sul calendario. Il termine Dantedì era stato coniato con il linguista Francesco Sabatini. Il tema era stato affrontato da studiosi ed esperti nell’incontro Dante è la nostra identità. Per l’istituzione del Dantedì, che si è svolto il 4 luglio scorso a Milano nella Sala Buzzati del «Corriere», organizzato dalla Fondazione Corriere.

La data

La proposta per l’istituzione del Dantedì era partita nella primavera del 2019 dal «Corriere» che aveva sostenuto tra le date più adatte proprio quella del 25 marzo Il progetto della giornata per Dante Alighieri (1265-1321) aveva raccolto l’adesione di intellettuali e studiosi; di enti e istituzioni, in Italia e all’estero. Tra i sostenitori l’ex ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, il critico e traduttore René de Ceccatty, lo studioso di italianistica Zygmunt Baranski, la Società Dante-sca, la Società Dante Alighieri, l’Associazione degli Italianisti, la Società italiana per lo studio del pensiero medievale, la Regione Emilia- Romagna, il Comune di Ravenna e il Comitato del Forum per l’Italiano in Svizzera.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 92% degli italiani ha la casa, ma solo il 6% ha meno di 35 anni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La proprietà immobiliare italiana è diffusa e saldamente in mano ai privati. I numeri più recenti che confermano la peculiarità del mercato del mattone nazionale sono presenti nel rapporto Gli immobili in Italia 2019 redatto dall’Agenzia delle Entrate. Su 34.871.821 unità residenziali censite, ben 32.192.053 risultavano possedute da persone fisiche, con una quota pari al 92,3%.

I dati fiscali cui fanno riferimento le Entrate sono relativi alle dichiarazioni del 2016 ma sono da considerarsi assolutamente attendibili anche rispetto alla situazione attuale, anche perché negli ultimi anni la politica delle società immobiliari è stata quella di cedere gli immobili residenziali a chi ne frazionasse le proprietà.

Le abitazioni principali (le case in cui il proprietario ha la residenza fiscale) sono oltre 19,5 milioni, mentre il numero delle abitazioni locate, poco più di sei milioni, è quasi equivalente a quello delle unità immobiliari tenute a disposizione. Questi sono i dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi, resta il dubbio che non proprio tutti i contratti di locazione vengano dichiarati.

Il rapporto stima che il valore delle residenze possedute da persone fisiche ammonti a 5.211 miliardi di euro, cui vanno aggiunti altri 315 miliardi di euro per le pertinenze (principalmente si tratta di box auto). E’ un dato che però probabilmente andrebbe visto al ribasso di un buon 10%: a tanto ammonta infatti in media il calo dei valori registrato nell’ultimo triennio, anche se l’andamento dei prezzi non è stato omogeneo nel Paese. Il valore totale di immobili e pertinenze posseduto da persone fisiche e società è di 6000 miliardi di euro.

La regione con il maggior valore complessivo delle residenze è la Lombardia, con 822 miliardi di euro. La maggior parte dei 25,5 milioni di proprietari immobiliari ha come voce di reddito prevalente gli introiti da lavoro dipendente (10,7 milioni), ma i pensionati (10,3 milioni) seguono a ruota. Il reddito medio dichiarato è di 24.367 euro all’anno. Solo una minoranza (1,5 milioni) ricava le maggiori entrate dall’incasso dei canoni di locazione.

Un dato che dice molto sulla possibile evoluzione del mercato nei prossimi anni è quello relativo all’età dei proprietari: sono solo 1,5 milioni gli under 35, contro quasi 14 milioni di contribuenti tra 35 e 65 anni e 9,5 milioni ultra 65enni; siccome tutte le analisi più recenti di altra fonte concordano nel dire che la domanda di casa in acquisto da parte dei giovani resta molto debole (per mancanza di redditi stabili, soprattutto) è difficile ipotizzare che le compravendite di case possa crescere molto nei prossimi anni.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla colazione alla cena: cosa mangiare quando si scia

 

 

 

 

 

 

 

 

“DOPO pranzo, nel primo pomeriggio. E’ in questa fascia oraria che – secondo le statistiche – si verifica la maggior parte degli incidenti sulla neve complici la stanchezza e i pasti troppo pesanti che rallentano i riflessi. Perciò, se siete tra i tre milioni di italiani che amano gli sport invernali, conviene scegliere bene cosa mangiare per combattere il freddo e potenziare la performance sportiva. La dieta dello sciatore deve tenere conto non solo dello sforzo fisico, ma anche del fatto che ci si muove in altitudine e che il metabolismo e i fabbisogni energetici aumentano con le basse temperature. Il freddo e l’attività fisica mettono certamente fame e il rischio è quello di rimpinzarsi senza freni pensando che tanto poi si smaltisce. Ecco le regole da seguire a tavola prima di inforcare gli sci.   

 

Dolci e alcolici off limits

 

La prima regola è quella di lasciar perdere i dolci che fanno aumentare velocemente la glicemia. “Questo significa tornare sugli sci pieni di energia per poi piombare in uno stato di scarsa reattività neuromuscolare”, spiega Loreto Nemi, docente di Educazione Alimentare all’Università Cattolica di Roma. Da evitare anche gli alcolici perché sono vasocostrittori quindi fanno sentire di più il freddo e inoltre limitano le facoltà cognitive e quelle di coordinazione.

 

La prima colazione

 

E’ sempre il pasto più importante specie se si trascorrerà la giornata sulla neve. Deve essere abbondante (circa il 20% dell’energia giornaliera), ma anche facilmente digeribile così da poter essere velocemente assorbita e utilizzata dall’organismo. “Si può iniziare bene la giornata con un caffè, una tazza di latte (o yogurt), un buon pane integrale (50-100 g a seconda dei fabbisogni) con un velo di burro di montagna e marmellata aggiungendo una spremuta di arance o un paio di frutti”, suggerisce l’esperto. “Oppure si può optare anche per una colazione con una quota proteica, alternativa ai latticini, inserendo per esempio dello speck, aminoacidi utili per nutrire i muscoli, che saranno impegnati nell’esercizio fisico”.

Un pranzo leggero per tornare in pista

A pranzo l’ideale è una pietanza che unisca i carboidrati e le proteine ma senza condimenti pesanti: “Può andar bene un piatto di pasta al pomodoro semplice abbinato ad uova o grana o parmigiano, orzo con la salsiccia oppure il riso con verdure facilmente digeribili (radicchio, zucca, insalate) o in  alternativa, si può optare per una zuppa di verdure o legumi buona anche per scaldarsi abbinata a formaggi o affettati (preferendo quelli del posto)”, suggerisce il dietista. Se, invece, si vuole fare una pausa pranzo veloce, si può mangiare anche un panino magari riscaldato alla piastra e farcito con cibi proteici come lo speck, il prosciutto o la bresaola.

A cena più libertà

Per chi scia è il pasto più abbondante della giornata, più completo e ricco di tutti i macronutrienti, e quello in cui ci si può concedere un po’ di vino o altra bevanda alcolica anche perché in genere in montagna si cena presto e quindi c’è tutto il tempo per digerire. “Si può mangiare un primo piatto caldo come riso, pasta, polenta e minestrone, un secondo a scelta tra carne (manzo o maiale), uova o formaggi grigliati, un’insalata o un piatto caldo di verdure, frutta fresca o un dolce”, spiega Nemi. 

 

Cioccolato o frutta come spezza-fame

A metà mattina e pomeriggio è bene rifocillarsi con uno spuntino. “Un caffè e qualche quadretto di cioccolato – spiega Nemi – vanno bene perché sia la teobromina contenuta nel cioccolato che la caffeina hanno proprietà stimolanti e possono migliorare la prestazione sportiva e il rendimento muscolare. Ma si può scegliere anche qualche biscotto, una barretta energetica o una manciata di semi oleosi (come mandorle, noci o nocciole) oppure frutta essiccata (come datteri, prugne o albicocche secche) che saziano e danno energia verso metà mattinata magari durante la risalita in seggiovia assicurano la copertura di fabbisogni energetici fino all’ora di pranzo così come nel pomeriggio si può prendere una cioccolata calda o tè con biscotti o frutta per sostenersi fino a cena”, spiega l’esperto. Per chi preferisce la frutta, l’ideale è la banana che aiuta a prevenire i crampi, grazie al buon apporto di potassio (anche nei datteri ne troviamo un buon contenuto) minerale utile al buon funzionamento dei muscoli.” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio2020

 

 

 

 

 

 

 

Intesa Sanpaolo per la cultura

 

 

 

 

 

 

 

 

“Dopo Milano, Vicenza e Napoli, il sistema museale le Galleria d’Italia di Intesa Sanpaolo arriva a Torino con la scelta di destinare lo storico edificio di Palazzo Turinetti, in piazza San Carlo, a esposizioni permanenti e temporanee. Il progetto architettonico di Michele De Lucchi prevede lavori di ristrutturazione che dureranno due anni al termine dei quali sarà pronto il nuovo prestigioso museo dedicato prevalentemente alla fotografia (ospiterà tra l’altro l’Archivio Publifoto, acquistato da Intesa Sanpaolo, costituito da ben 7 milioni di fotografie, scattate tra l’inizio degli Anni ’30 e la fine del Novecento).

Questo ambizioso progetto si inserisce coerentemente nella nostra strategia che considera da sempre la cultura, la tutela del patrimonio artistico, la valorizzazione della musica, del teatro e della storia italiana come un fattore identitario da preservare e rafforzare. L’impegno e il successo dei progetti culturali realizzati trovano conferma nella grande partecipazione di pubblico alla mostra “Canova | Thorvaldsen – La nascita della scultura moderna” aperta alle Gallerie di Milano nell’ottobre 2019, che ha raccolto 100.000 visitatori nei primi due mesi.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Daniel Pennac: «Ecco il mio Fellini» L’omaggio su «la Lettura»

 

 

 

 

 

L’inserto anticipa il libro e lo spettacolo che l’autore francese dedica al regista nato cento anni fa. Nel nuovo numero anche scenari del dopo Brexit e altre «fini» della storia

“Siamo al principio della nuova decade del millennio, gli anni Venti, ma in questi tempi di inizi qualcosa sta per finire: alla mezzanotte del 31 gennaio il Regno Unito uscirà dall’Unione europea. Che cosa succederà dopo la Brexit? Quel che è certo è che la storia è costellata di cesure, divisioni, tramonti, secessioni e altri rovesciamenti più o meno traumatici che hanno trasformato imperi o continenti.

Il nuovo numero de «la Lettura», il #424 in edicola fino a sabato 18, si apre offrendo una serie di approfondimenti sul tema, in due direzioni precise, innanzitutto per capire da dove viene l’idea della Brexit (e quanto la società e la politica inglese si siano già allontanate dal continente negli ultimi tempi); e poi per conoscere gli esempi storici di «cesure» epocali, grandi «fini» più o meno traumatiche che hanno cambiato il mondo in tutti i tempi.

Sull’«insularità» degli inglesi, sulla «lontananza» dall’Europa vagheggiata da classe dirigente e popolo fin dalla seconda metà del Novecento, ragiona su «la Lettura» lo specialista di geopolitica Manlio Graziano. Ma se il distacco dall’Unione è certo, incerte sono le conseguenze di altre «crepe» ben aperte nel Regno, quella della Scozia con i suoi venti indipendentisti, o l’irrequietezza dell’Irlanda del Nord: ne scrive da Londra il corrispondente Luigi Ippolito, che propone un’analisi dei diversi «ismi» nel Regno Unito. A proposito, sulla tentazione del laburismo inglese di rincorrere i nazionalismi dopo la sconfitta elettorale, scrive lo storico dell’Europa Andrea Mammone.

E le altre «fini»? Nei testi a cura di Antonio Carioti, «la Lettura» ne offre una cospicua carrellata: e gli esempi sono tanti, fin dai tempi in cui, tre secoli avanti Cristo, l’impero persiano fu schiantato dall’esercito innovativo di Alessandro Magno, per arrivare alle cesure più recenti, come la dissoluzione dell’Urss. Il filosofo Mauro Bonazzi scrive di un’altra cesura nel campo della filosofia: la fine dell’Accademia di Platone, che fu però l’inizio della sua diffusione in Oriente.

A proposito di «fine», di tutt’altro tipo: c’è una stella splendente nel cielo d’inverno, la supergigante rossa Betelgeuse nella costellazione di Orione, che sta dando segni di collasso. La sua luminosità è diminuita notevolmente in pochi mesi e questo, per gli astronomi, potrebbe essere l’annuncio di una prossima «morte» della stella, lontana dalla Terra 662 anni luce. Evento che, trattandosi di una «gigante», potrebbe preludere all’esplosione in una luminosissima supernova: il condizionale è d’obbligo, come spiega su «la Lettura» l’astrofisico Giuseppe Galletta, ma l’evento sarebbe il primo del suo genere dai tempi di Galileo.

Fa riflettere proprio sul concetto di «fine» anche una tradizione recente, commovente: c’è una cabina telefonica immersa nella natura, in Giappone, che attira visitatori da tutto il mondo perché ospita un telefono con cui «parlare» ai propri defunti. La scrittrice Laura Imai Messina, che intorno alla «cabina» ha scritto un romanzo (Quel che affidiamo al vento, Piemme) è andata a visitarla per «la Lettura» e ha incontrato il guardiano, che descrive i visitatori giapponesi, americani, canadesi, anche italiani, e il viaggio quasi sacro che compiono; mentre Annachiara Sacchi scrive del romanzo di Laura Imai Messina sulle atmosfere rarefatte di questa cabina spirituale.

Rivolgimenti, cambiamenti, o meglio rivoluzioni: molti artisti oggi sono anche attivisti e sostenitori di diverse importanti cause, umanitarie, ambientali, politiche. Di questi «artivisti» come Ai Weiwei o Banksy scrive sul nuovo numero Vincenzo Trione. Un’altra rivoluzione è quella, grandiosa, dell’arte di El Greco. Il grande pittore visse tra il 1541 e il 1614, ma i suoi dipinti hanno una modernità stupefacente, tanto che la sua influenza è evidente, a distanza di secoli, in artisti come Chagall e Bacon: una mostra lo celebra a Parigi fino al 10 febbraio, ne scrive Stefano Bucci che l’ha visitata per «la Lettura». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Raffaello a Roma, avvio record per le prenotazioni: 10mila in due giorni di prevendita

 

 

 

 

 

 

 

La mostra aprirà il prossimo 5 marzo ed esporrà 100 capolavori del maestro provenienti dagli Uffizi e da numerosi altri musei. Le richieste, sottolinea in un tweet il Mibact, provengono da tutto il mondo

“Avvio record per “Raffaello” a Roma, alle Scuderie del Quirinale. La mostra, che apre il prossimo 5 marzo e che esporrà 100 capolavori del maestro provenienti dagli Uffizi e da numerosi altri musei, conta già 10mila prenotazioni arrivate nelle prime 48 ore di prevendita. Le richieste, sottolinea in un tweet il Mibact, provengono da tutto il mondo.

Intitolata semplicemente “Raffaello”, la mostra romana costituisce l’apice delle celebrazioni mondiali a 500 anni dalla sua scomparsa – avvenuta a Roma il 6 aprile 1520 ad appena 37 anni – e rappresenta l’evento di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale appositamente istituito dal ministro Dario Franceschini e presieduto da Antonio Paolucci.  Realizzata in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, la mostra è curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro. Resterà aperta fino al 2 giugno.”

La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dantedì, un’occasione per la scuola Dante che parla ai ragazzi lo speciale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pareri unanimi nell’apprezzare la proposta avanzata dal «Corriere della Sera» per celebrare l’autore della «Commedia» con una specifica attenzione rivolta agli studenti. Concordi i docenti e i dirigenti: la data deve cadere in un giorno di lezione

“Dante piace ancora molto agli studenti, «la passione che lo collega ai ragazzi è modernissima, ed è sempre quella». Cinque tra docenti e dirigenti scolastici di licei e istituti tecnici, da tutta Italia, non hanno dubbi: oggi chi insegna Dante incontra un vivo interesse che sembra condiviso in tutto il Paese. Da Veneto, Toscana, Romagna, Lazio, Sicilia sono arrivati i contributi di alcuni docenti di Italiano e Latino che hanno raccontato al «Corriere» com’è accolto l’Alighieri tra i banchi e hanno esposto la loro opinione sul Dantedì (termine coniato con Francesco Sabatini): una Giornata celebrativa in onore del poeta, lanciata sul quotidiano nello scorso aprile da Paolo Di Stefano, in occasione della ricorrenza dei 700 anni dalla morte del padre della letteratura italiana (iniziativa che oggi sarà oggetto di una discussione parlamentare). E, infine, hanno sottolineato quanto sia importante collocare questa Giornata in una data che cada durante l’anno scolastico.

«Il Dantedì è un’iniziativa giusta, ma si spera non si risolva tutto nel 2021». Silvia Perini è insegnante al triennio del liceo scientifico Alfredo Oriani di Ravenna. La docente si augura che la Giornata possa cadere durante l’anno scolastico, in modo che «i ragazzi siano “costretti” a prendersi del tempo, ad avere un progetto»; quindi sposa l’ipotesi del Dantedì in primavera: «Mi piacciono le date proposte perché sono legate più all’opera che alla vita». Giornata da promuovere anche all’estero perché «Dante è di tutti, come Shakespeare».

Mentre Ravenna, dove il poeta morì ed è sepolto, è una città che si muove autonomamente su iniziative culturali dantesche, ci sono realtà dove queste sono più rare fuori del sistema scolastico o universitario. «Se si istituisse il Dantedì, si potrebbe pensare a progetti nuovi legati all’occasione, come portare gli studenti nei luoghi danteschi, per esempio Firenze o Ravenna». Lo propone Gabriella Chisari, dirigente scolastica del liceo scientifico Galileo Galilei di Catania. E se la data cadesse il 25 marzo, proposto perché ritenuto data d’avvio del viaggio di Dante «consentirebbe alle scuole di partecipare ad attività senza incombere sulla fine o sull’inizio dell’anno». Chisari pensa che l’iniziativa («significativa per la nostra nazione come per la scuola») sia anche un investimento per formare le menti del futuro. Ed esportarla all’estero — dove molti dei nostri ragazzi si spostano per fare esperienze di studio — «rappresenterebbe un forte richiamo alla nostra identità nazionale». Annalisa Nacinovich, docente allo scientifico Filippo Buonarroti di Pisa, sottolinea un altro aspetto: il Dantedì potrebbe rendere le scuole partecipi in termini di collettività e «rappresentare un’importante scansione dell’anno; ci sono aree del Paese in cui le occasioni di ricordarlo sono molte, e altre in cui ciò non avviene: in questo modo la celebrazione sarebbe unitaria. Con Dante gli italiani possono dimostrare di avere qualcosa da dire a tutti: è stato considerato il padre della patria, ma è un uomo senza patria che porta con sé il concetto di identità italiana». Anche da Verona il dirigente scolastico Roberto Fattore del Liceo classico e linguistico Scipione Maffei appoggia il Dantedì: «Un modo di riproporre Dante in una fisionomia diversa, più libera, non solo legata alla programmazione scolastica». L’auspicio è che possa diventare una ricorrenza (il docente afferma la sua preferenza per le giornate primaverili) in cui nella figura del poeta «la cultura di una nazione possa riconoscersi». E poi: «Sono così totali i temi che Dante affronta e che rimandano all’umano, che da sempre lo portano al di là dei nostri confini». Una giornata dedicata a Dante è un investimento, nel tempo, di risorse, energie, stimoli. Perché l’onestà intellettuale sia effettivamente la meta del viaggio umano». A intervenire è Laura Pazienti, dirigente scolastica dell’istituto tecnico Galileo Sani di Latina. «Dante ha la stessa rilevanza e suscita lo stesso entusiasmo in tutti gli ambienti scolastici, anche negli istituti tecnici o professionali. Il Dantedì è un omaggio all’italianità ed è un riconoscimento dell’umanità in un senso universale. Anche per questo è di tutti».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Italy Press