Italian Press 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caltabellotta, il paese Covid-free in cui vive Antonio Turturici, l’uomo più longevo d’Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Caltabellotta (Ag), il paese dove vive l’uomo più longevo d’Italia, la pandemia non ha fatto vittime grazie allo stile di vita dei suoi abitanti e alle cure parentali

“È il paese dove vive l’uomo più longevo d’Italia, Antonio Turturici, 109 anni. Fino a pochi mesi fa una sua compaesana era la donna più longeva d’Italia, giunta a 114 anni e 6 mesi. È il piccolo comune di Caltabellotta, in provincia di Agrigento, che con 3.334 abitanti presenta eccezioni da capogiro: 335 anziani tra gli 80 e gli 89 anni, 83 persone tra i 90 e i 99 anni e quattro ultracentenari, tra cui, appunto Antonio. La pandemia ha insegnato a guardare loro con molta attenzione, tutelarli dapprima con la distanza, ora, in aggiunta, con le vaccinazioni, al via per gli over 80 proprio in questi giorni in tutt’Italia.

Il segreto di lunga vita nei geni e nel clima

E qui ad attenderli nell’Eden dell’età ci sono loro, insieme ai familiari. «Proprio l’affetto dei figli e dei nipoti è uno dei nostri segreti», dice Calogero Cattano, sindaco di Caltabellotta. «Alla base di tutto, certo, non possiamo escludere una buona matrice di natura genetica che poco potrebbe, però, senza l’alimentazione sana, la salubrità dell’aria e il tranquillo modo di vivere. Il traffico è molto ridotto, lo stress anche e si lavora nei campi». Proprio come Antonino, così lo chiamano, che per tutta la vita è stato un contadino. «Mio papà ha sempre goduto di ottima salute, l’alimentazione era genuina perché coltivava quel che mangiavamo, perfino il grano per il pane», dice Biagia Turturici. «Ha smesso di guidare solo a 94 anni e fino a quattro anni fa c’era ancora mia mamma: la vita è stata generosa con noi».

Molte famiglie del paese sono da generazioni contadini e ancora oggi ognuno produce il suo olio nel proprio appezzamento di terreno. L’oliva biancolilla, tipica di queste zone, la fa da padrona e sicuramente «un cucchiaio del nostro olio ogni giorno è tra i fattori che allungano la vita», dice il sindaco Cattano. Il paese si trova a 750 metri dal livello del mare, circondato dal verde. Eppure, tutti i benefici della natura non spiegano anche il buon umore che si registra tra gli abitanti: «Gli anziani le risponderebbero: io anziano? No, io mi sento giovane», continua il sindaco. «C’è solo una spiegazione: l’affetto che loro avvertono li fa stare bene. Qui a Caltabellotta gli anziani sono curati in famiglia dalle famiglie, le Rsa non sono un’ipotesi percorribile o è proprio l’ultima spiaggia. È un vantaggio che continuino a vivere nel loro ambiente e che non subiscano traumi. La solitudine non ha spazio visto il grande numero di nipoti e figli che li accudiscono». Ma il virus fa paura e, per questo, l’attenzione è massima. A oggi «siamo a zero casi da inizio pandemia», assicura il sindaco che, senza dubbio, definisce Caltabellotta «un’isola felice».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La variante inglese di Covid in Italia rappresenta quasi un caso su 5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indagine a campione su oltre 3.500 tamponi commissionata da ministero della Salute e Iss per mappare la diffusione della variante inglese. Diffusione più alta delle attese

“Quasi il 20% dei casi positivi in Italia (1 su 5, esattamente il 17,8%) appartiene alla variante inglese, B.1.1.7. Lo dice un’indagine a campione prevista su oltre 3.500 tamponi commissionata da ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità (ISS) per mappare la diffusione della variante, dopo i casi riscontrati in alcune zone di Italia. «In questa fase delicata dell’epidemia si conferma la circolazione diffusa di varianti virali a più elevata trasmissibilità nel nostro Paese».

I risultati

«C’è una circolazione sostenuta della variante, che probabilmente è destinata a diventare quella prevalentenei prossimi mesi», si legge nella nota. I test e sequenziamenti sono stati fatti a partire da due giorni consecutivi, il 4 e il 5 febbraio, e relativi a persone positive al tampone molecolare con data di prelievo nei giorni 3 e 4 febbraio. I campioni analizzati sono stati in totale 852 per 82 laboratori (meno dei 3.500 previsti), provenienti da 16 regioni e province autonome, ripartiti in base alla popolazione. Sono stati scelti garantendo una rappresentatività geografica all’interno della Regione e, quindi, del Paese. Il dato, che sfiora il 20%, supera quindi l’ipotesi di partenza, ossia una circolazione del 5% della variante. In Francia la prevalenza è del 20-25%, in Germania sopra il 20%, si legge nel comunicato del ministero, che annuncia che l’indagine sarà ripetuta.

La variante inglese è più contagiosa, almeno del 50% in più, e il campionamento è stato deciso dopo alcune segnalazioni in zone che avevano visto aumentare in modo anomalo i contagi.Conoscerne diffusione e tracciarla è il primo passo per prendere decisioni su eventuali azioni di contenimento. Il ministero ricorda che le vaccinazioni in uso in Italia sono efficaci anche contro la variante inglese. Le misure di contenimento usuali (mascherine, distanziamento, lockdown) sono valide anche contro la variante B.1.1.7. Sul tavolo del Comitato tecnico Scientifico (Cts) c’è l’ipotesi di ripristinare l’obbligo di tampone negativo prima di concludere la quarantena, come deciso in Lombardia.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Contro il mio avo Dante una condanna politica. Quel processo è da rifare”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La revisione proposta da Sperello Alighieri, al lavoro gli avvocati. «Quelle sentenze forse il frutto avvelenato della politica che usò la giustizia per colpire un avversario»

“«Sono stati processi politici e le pene d’esilio e di morte inflitte a Dante, mio carissimo avo, sono ingiuste e mai sono state cancellate come accaduto con Galileo Galilei. E dunque, se le leggi ce lo consentiranno, chiederemo la revisione», conferma Sperello di Serego Alighieri, astrofisico dell’osservatorio di Arcetri, rappresentante della diciannovesima generazione del Sommo Poeta.

Codice procedura penale

A suggerire l’idea all’Alighieri scienziato è stato uno degli studi penalistici più blasonati di Firenze, guidato dall’avvocato Alessandro Traversi, docente universitario di Diritto processuale penale. Che è arrivato alla conclusione che un nuovo processo a Dante non è affatto un’utopia, nonostante i sette secoli trascorsi. Gli articoli 629, 630 e 632 del codice di procedura penale stabiliscono infatti che è suscettibile di revisione qualsiasi sentenza passata in giudicato qualora emergano nuove prove che dimostrino l’innocenza del condannato. La richiesta non ha limiti di tempo e può essere proposta da un erede del condannato stesso. Così è stato chiesto il parere a Sperello Alighieri che ha subito accettato con entusiasmo.

Le due condanne

Ma prima di far partire le eventuali procedure, Traversi e i suoi colleghi di studio hanno deciso di organizzare un convegno al quale parteciperanno alti magistrati, giuristi, storici e linguisti, per verificare anche ogni possibile aspetto tecnico. All’evento prenderanno parte tra gli altri Margherita Cassano, presidente aggiunto della Cassazione e Mauro Iacoviello già procuratore generale aggiunto della Suprema corte. «Sono due le condanne inflitte a Dante — spiega Alessandro Traversi —. La prima all’esilio, la seconda a morte e sarà interessante capire se alla luce degli Statuti Fiorentini del tempo e degli attuali principi giuridici i due giudizi potranno essere suscettibili di revisione». Dante Alighieri fu condannato nel 1302 con una sentenza di Cante de’ Gabrielli da Gubbio, allora podestà del Comune di Firenze.

Appuntamento a maggio

«Non solo per reati politici — ricorda ancora Traversi — ma anche per gravi e infamanti reati comuni simili ai delitti contro la pubblica amministrazione commessi da pubblico ufficiale (Dante era stato priore, ndr) contemplati nell’attuale codice penale. Tra questi quello di “baratteria”, come si diceva al tempo, ovvero una sorta di corruzione o traffico di influenze illecite». Furono giusti processi? Probabilmente no ed è per questo che i giuristi, ma anche gli storici e i linguisti, hanno deciso di riaprire il cold case più celebre della storia. «Per chiederci se furono sentenze di regolari procedimenti giudiziari — sottolinea Traversi — o invece solo il frutto avvelenato della politica che usò strumentalmente la giustizia per colpire un avversario». L’evento è previsto per il 21 maggio, oltre all’erede di Alighieri ci sarà anche Antoine de Gabrielli, manager francese, discendente del podestà che condannò Dante.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le origini del Farro tra Romani ed Etruschi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Prima dell’avvento del grano duro, il grano vestito, o più propriamente farro, era l’alimento principale nella dieta delle popolazioni antiche. In Egitto fu ritrovato nelle tombe dei Faraoni, ma probabilmente venne importato dalla Palestina. Attraverso gli scambi commerciali si diffuse in tutto il Mediterraneo arrivando nella penisola

Italica intorno al VII secolo a.c. La sua coltivazione avveniva principalmente nella Tuscia e nel Lazio, e proprio per questo diventò il cibo quotidiano, come oggi sono per noi il pane e la pasta, di Romani ed Etruschi.

Con questo grano si celebrava anche il rito matrimoniale (confarreatio) nel mondo classico romano. Una cerimonia molto aristocratica che, dopo il sacrificio a Giove, vedeva donata agli sposi una focaccia di farro (farrum) da spezzare e consumare assieme.

Con il farro si preparava il puls, una sorta di poltiglia corrispondente alla polenta diffusa in Grecia, ottenuta impastando con acqua calda la farina di alcuni cereali: l’orzo, altre volte il miglio, ma molto più frequentemente quello che Plinio, definendolo “il primo cibo dell’antico Lazio”, chiama “far” (farro). La farina, inoltre, deriva proprio dal far, come indica anche la parola. Catone, custode delle tradizioni e “ispiratore” della distruzione di Cartagine, tramandò una ricetta per preparare la puls… alla cartaginese: “La puls punica si cuoce così: si mette in acqua una libbra di for di farina, si fa una pasta morbida, si mette in un recipiente pulito con tre libbre di formaggio fresco, mezza libbra di miele, un uovo; si mescola bene il tutto. Poi si travasa in una pentola”.

Oggi in alcune aree dell’Italia centrale, come in Garfagnana, c’è un’importante produzione di farro e la tradizione alimentare legata a questo cereale è ancora forte. Il farro è utilizzato in tutte le preparazioni culinarie, dall’antipasto al dolce, ed ha importanti proprietà: è ricco di nutrienti e di selenio, importantissimo per contrastare i radicali liberi, contiene le vitamine A,B,C,E, calcio, fosforo sodio, magnesio e potassio.” Cultura Identità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia Ha Un Problema Con I Vaccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La campagna vaccinale contro il Covid in Italia si è aperta con non poche polemiche. In realtà le difficoltà riscontrate in questa occasione non rappresentano una novità: nel nostro Paese la diffidenza verso i vaccini è sempre stata molto importante e questo è storicamente testimoniato sul fronte politico ma anche su quello culturale. L’Italia ha sempre investito poco sulle campagne di vaccinazione e gli italiani si sono approcciati a questo strumento con non poca diffidenza: i numeri degli anni passati parlano chiaro. Nonostante tutti i costi sostenuti per l’acquisto dei vaccini, il loro importo è stato sempre ritenuto poco ponderato rispetto alle adesioni del pubblico.

Quanto sta spendendo l’Italia per i vaccini contro il Covid?

Ammonterebbe a circa un miliardo e mezzo di euro la spesa che l’Italia potrebbe sostenere in totale per l’acquisto dei vaccini contro il coronavirus. Da quando, per errore, il ministro del bilancio del Belgio Eva De Bleeker ha pubblicato su Twitter l’ammontare dei contratti firmati tra le case farmaceutiche e Bruxelles, sono divenuti noti i costi dei vaccini acquistati dall’Ue per combattere la pandemia. In barba alle clausole di riservatezza nate per tutelare la concorrenza tra le case farmaceutiche, è divenuto noto il costo di ogni dose di vaccino e, se la matematica non è un’opinione, anche la spesa che l’Italia si appresta a sostenere. Il podio per il costo più elevato è riservato ai vaccini Pfizer/Biontech, per un ammontare di 12 Euro e a quelli di Modernaper un importo di 18 Dollari su ogni singola dose. La spesa dovrebbe essere più sostenibile con i vaccini di AstraZeneca che sin dall’inizio ha annunciato dei prezzi no profit per un importo di 1,78 Euro a dose.

In quel Tweet sfuggito dalle mani del ministro De Bleeker e subito cancellato, sono emersi altri costi per singole dosi: 8,50 Dollari per i vaccini di Johnson & Johnson, 7,56 Euro per Sanofi/GSK e 10 Euro per CureVac. Ed ecco che facendo quattro calcoli non è stato difficile arrivare alla spesa tutta made in Italy per i prossimi mesi. Ovviamente l’importo potrà subire delle variazioni qualora alcuni di questi vaccini non dovessero superare l’ok dell’Ema.

Quanto ha speso l’Italia in vaccini negli ultimi anni?

Secondo i dati pubblicati dall’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, nel 2017 sono stati spesi 488 milioni di Euro per l’acquisto di tutti i vaccini obbligatori e non. Ben 130 milioni di euro in più rispetto al 2016. L’aumento della spesa è stato giustificato da una maggiore attenzione verso i vaccini  anti-meningococcici, antimorbillo, compresi quelli tetravalenti con la componente anti-varicella e i vaccini anti-pneumococcici. Sempre come riportato dall’Aifa, oltre il 48% della spesa ha riguardato il vaccino esavalente, seguito dal vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia-Varicella (MPRV). Nel 2017 è stata sostenuta un’importante spesa sui vaccini che presentavano un costo medio per dose più alto rispetto a quelli usati nel 2016.

L’aumento dei costi di solito può dipendere da fattori legati alla disponibilità di nuove alternative terapeutiche all’interno di ciascuna classe di vaccino ma anche dalle scelte messe in atto dalle Regioni. Quasi tutti i vaccini sono inseriti nella cosiddetta fascia C e quindi fanno parte di quei farmaci il cui prezzo al pubblico viene direttamente fissato dalle case farmaceutiche. Per tutti i farmaci appartenenti alla fascia C la legge prevede la possibilità di aumentarne il prezzo al pubblico il mese di gennaio di tutti gli anni dispari, cosa che è accaduta nel gennaio del 2017. I dati registrati in quell’anno dimostrano come l’Italia, anche prima della pandemia in corso, abbia riservato ai vaccini spese non indifferenti nonostante le poche adesioni del pubblico.

Quella diffidenza che parte da lontano

La politica non ha investito molto sulle campagne di vaccinazione, la società italiana dal canto suo raramente si è dimostrata disposta ad usare i vaccini. Con maggior riferimento agli anni pre Covid. I dati del ministro della Sanità e dell’Istituto Superiore di Sanità del 2019 in tal senso parlano chiaro. La copertura vaccinale è stata del 15.8%. Vale a dire che meno di una persona su tre si è fatta il vaccino contro le influenze stagionali. Un rapporto che sale a poco più di uno su due solo tra gli over 60. L’origine della diffidenza verso i vaccini è possibile scovarla andando a spulciare sempre tra i dati del ministero. In particolare, c’è una data che funge da spartiacque ed è quella del 2010: in quell’anno si è raggiunto il record della copertura vaccinale, arrivata addirittura al 66% tra gli anziani. Da lì in poi i numeri hanno iniziato a ridimensionarsi.

Quella data forse non è casuale. Il 2010 è stato infatti l’anno del flop della campagna di vaccinazione contro il virus A/H1N1, più noto come influenza suina. L’Oms già nel 2009 aveva dischiarato lo stato di pandemia, dando il via libera a una corsa all’acquisto del vaccino da parte dei governi di tutto il mondo. Dopo però un allarme globale, la temuta ondata epidemica non è mai arrivata. E milioni di dosi prodotte dall’azienda Novartis sono rimaste inutilizzate. Questo è accaduto anche in Italia: il governo di allora ha speso 184 milioni di Euro per l’acquisto di dieci milioni di dosi, di queste quelle realmente somministrate sono state appena 865.000. Da allora nel nostro Paese l’uso del vaccino è stato spesso al centro di polemiche: dai costi ritenuti eccessivi, alla diffidenza di buona parte della popolazione, fino ad arrivare alle recenti teorie no Va . Elementi che, alla vigilia della campagna di vaccinazione anti Covid, hanno pesato e non poco per l’orientamento dell’opinione pubblica.

La gestione della spesa sui vaccini nel nostro Paese

Oltre a investimenti ritenuti superflui e alla diffidenza della popolazione, le campagne vaccinali del passato in Italia si sono dovute scontrare con la gestione dei soldi sborsati per i vaccini. Si è speso male ma anche, se non soprattutto, in modo profondamente disorganizzato. Un allarme in tal senso è stato lanciato nel 2017 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato esterno. In Italia, sul fronte dell’acquisto dei vaccini, non è mai esistita una centrale unica nazionale in grado di contrattare un prezzo con le aziende farmaceutiche. Al contrario, esistono qualcosa come 35mila diversi centri di acquisto, tra regioni, Asl, aziende ospedaliere e una miriade di realtà pubblico – private. Questo ha comportato negli anni una mancanza di uniformità nella spesa, ad esempio in molti casi uno stesso vaccino ha avuto costi differenti da regione a regione, oppure anche tra un’azienda e un’altra.

Un elemento che inoltre ha impedito più volte una programmazione unitaria della spesa per l’immunizzazione. Eppure è proprio da qui che occorrerebbe partire sia per arrivare a una maggiore efficienza che per attuare un contenimento dei costi: “Se è vero che i nuovi vaccini sono più costosi – dichiarava già nel 2015 su ilsole24Ore l’ordinario di Igiene all’università di Firenze, Paolo Bonanni – a causa della loro maggiore complessità e delle tecnologie protette da brevetto, è altrettanto vero che la spesa nella ricerca e nella produzione ha un ritorno in termini di salute pubblica e di risparmio da 10 a 100 volte superiore rispetto ai costi reali per le malattie, le ospedalizzazioni e l’assistenza”. Prevenire, in poche parole, sarebbe sempre meglio che curare.” InsideOver

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commercialisti formati anche via web

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Formazione a distanza per il 50% delle ore complessive invece che per il 20. Nuovi corsi specialistici per l’iscrizione nell’albo dei curatori, così come in quello dei revisori legali. Spinta alla collaborazione tra le varie organizzazioni. Sono questi i punti salienti delle modifiche al progetto Saf (Scuole di alta formazione) contenute nel documento elaborato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, secondo quanto risulta dall’informativa n. 2/2021 diffusa ieri dal Cndcec. Il testo va a integrare il progetto Saf approvato dal Cndcec nel marzo del 2015 e poi modificato nel 2018 «reso necessario al fine di fornire una adeguata risposta alla dinamica evoluzione delle istanze formative degli iscritti all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili», come si legge nel documento. Le Saf nella loro veste di strumenti finalizzati a consentire agli iscritti l’acquisizione di una specializzazione professionale, possono costituire il veicolo anche per l’organizzazione di corsi che consentano l’acquisizione di crediti obbligatori per il mantenimento dell’iscrizione in altri albi o registri.

Le modifiche vanno incontro alle novità dell’ultimo anno. In particolare, ovviamente, rispetto alla pandemia da Coronavirus. Infatti, aumenta il monte ore che potrà esser erogato a distanza, che passa dal 20% al 50% delle 200 ore che compongono il corso. Modifiche anche in materia di nuovo codice della crisi di impresa; la riforma infatti prevede la costituzione di un albo dei curatori, la cui iscrizione o il mantenimento della stessa è subordinata anche a degli obblighi formativi. Le Saf provvederanno quindi a organizzare corsi specialistici che vadano proprio in questa direzione e non solo per l’albo dei curatori; stessa cosa per quello dei revisori legali dei conti, degli enti locali, degli amministratori giudiziari e più in generale «in tutti gli albi/elenchi/registri che prevedono, per il mantenimento dell’iscrizione, l’acquisizione di un certo numero di crediti formativi obbligatori con cadenza periodica». Saranno inoltre organizzati corsi brevi su «temi specialistici e/o innovativi, tali da consentire lo svolgimento di determinate attività professionali nell’area economico-giuridica (che richiedono l’assolvimento di un obbligo formativo periodico) o da individuare nuove opportunità di ampliamento della sfera di attività degli iscritti all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e migliorarne/aggiornarne le competenze tecniche in determinate aree». ItaliaOggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Alighieri, 700 anni fa la morte: a Firenze la mostra (online) con i disegni di Federico Zuccari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Uffizi mettono in Rete immagini e testi mai visti prima: «A Riveder le Stelle» raccoglie 88 tavole del pittore manierista, celebre per aver affrescato la Cupola del Brunelleschi. Per la prima volta visibili le opere digitalizzate in alta definizione

di Marco Gasperetti

“«Sono opere straordinarie che solo in pochi hanno avuto il privilegio di vedere e neppure nella loro completezza. Da oggi, grazie alle nuove tecnologie, i disegni diventano patrimonio di tutti e credo che sia il modo migliore per onorare Dante Alighieri». A parlare è il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt che, insieme agli auguri di buon anno, presenta l’evento («con grande orgoglio», precisa) che apre il Settecentenario dalla morte di del Sommo poeta rendono pubbliche e accessibili le 88 tavole del pittore manierista Federico Zuccari, l’artista che ha affrescato la Cupola del Brunelleschi a Firenze. La mostra, per ora virtuale sul sito della prestigiosa Galleria, si chiama «A Riveder le Stelle» mostra le opere digitalizzate per la prima volta in alta definizione.

«Sono i disegni che illustrano la Commedia – spiega ancora Schmidt – realizzati alla fine del ‘500 che Zuccari realizzò poco dopo aver affrescato la cupola di Santa Maria del Fiore. Tutte le opere sono accompagnate da scritti didattici di Donatella Fratini, curatrice dei disegni dal ‘500 al ‘700 custoditi agli Uffizi». Come si legge in una nota della Galleria, la collezione disegnata in Spagna, arrivò al museo fiorentino grazie a Maria Luisa de’ Medici, l’Elettrice Palatina, ed è stata esposta al pubblico, parzialmente, soltanto in due occasioni.

Il motivo? I preziosi disegni dello Zuccari sono rimasti perlopiù noti a un pubblico ristretto di studiosi e appassionati. «Come tutte le opere su carta essi sono custoditi in ambienti protetti, termoregolati, senza luce e possono essere esposti solo ogni cinque anni – spiegano agli Uffizi -. Anche da qui deriva la scelta degli Uffizi di digitalizzare nella sua completezza, rendendolo disponibile a tutti, questo consistente nucleo di fogli fisicamente fragile e per sua natura non adatto ad esser consultato regolarmente». Una curiosità: i disegni erano anticamente rilegati in un volume: «Aprendolo, all’illustrazione sulla pagina destra corrispondeva, a sinistra, la trascrizione dei versi del poema e un breve commento dello stesso artista. – spiega il direttore Schmidt – E anche questi testi sono inclusi nella mostra».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia ha i migliori ricercatori d’Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ROMA – Il Paese, il nostro Paese, ha i migliori ricercatori d’Europa. E le migliori ricercatrici. Per la prima volta, prendendoci tutti un pezzo di gloria che in verità è da ascrivere a questi post-dottorati da almeno sette anni, l’Italia ha il numero maggiore di scienziati premiati nel continente con i Consolidator Grants, i premi istituti nel 2013 dal Consiglio europeo della ricerca, prima emanazione scientifica dell’Unione.

Ai nostri ricercatori sono andati, per l’edizione 2020 dei CoG, 47 premi, che non sono solo riconoscimenti ad honorem, ma vere e proprie borse di studio significative – 2 milioni di euro in cinque anni – pensate per consolidare la ricerca sul campo. Nella “classifica per passaporto”, dietro di noi c’è la Germania con 45 ricercatori, quindi la Francia con 27, il Regno Unito con 24, Spagna e Olanda con 21. Il risultato complessivo è ancora più importante se si considera che l’anno scorso eravamo quarti in Europa con 23 “grants”: nell’edizione di questo dicembre, in un anno di ricerca accelerata dalle esigenze pandemiche, abbiamo più che raddoppiato i riconoscimenti (e le sovvenzioni). 

Dei 47 vincitori, 23 sono donne. E sono più del doppio delle ricercatrici premiate in Germania, seconde in questa graduatoria orientata per genere. Un exploit notevole.

La qualità della ricerca italiana è zavorrata da un problema atavico: solo 17 (dei 47 grants di nazionalità italiana) sono stati ottenuti da ricercatori che operano in università o centri di ricerca nazionali. Trenta sono stati vinti all’estero, e renderanno migliori università straniere (come l’Accademia austriaca delle scienze, l’Università di Basilea, l’Istituto di tecnologia di Zurigo, l’Università di Lugano e quella di Friburgo, il Cnrs francese). Siamo in crescita rispetto al 2019, quando soltanto 7 premi furono assegnati in Italia, ma in questo tipo di rankingcontinentale, “per nazione”, scendiamo siamo all’ottavo posto a pari merito con Israele.

Le proposte selezionate in tutta Europa sono state 327, su 2.506, per 655 milioni di euro assegnati. Germania e Regno Unito guidano, con 50 riconoscimenti a testa, la scienza europea, seguiti da Francia (34) e Olanda (29).” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

Press: Italian

 

 

 

Dante:

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.”