Italian Press 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ottobre 2021:

 

 

 

Quentin Tarantino Show: «Mi piacerebbe da morire girare un film in Italia. Amo Leone e Morricone»

 

 

 

 

 

“Il regista ritira da Dario Argento il premio alla carriera : oggi è meno facile girare un film in libertà. Gli anni 90 più permissivi? Merito di «Pulp fiction». Da giovane inventai delle bugie nel mio curriculum, scrissi che avevo recitato per Godard e Romero»

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Quentin, oh yeah. È il Tarantino’s day alla Festa del cinema, e il celebre regista Usa ritira dalle mani di Dario Argento il Premio alla carriera, festosamente addobbato di videomessaggi di tre suoi attori feticcio, John Travolta, Samuel L. Jackson e Christoph Waltz. «Mi piacerebbe da morire girare un film in Italia, a Cinecittà sarebbe pazzesco. Amo più di ogni altri Sergio Leone e Ennio Morricone, era un vero gigante». Parla ella sua passione per il cinema larger than life, punteggia le domande con smorfie che lo fanno somigliare a Braccio di Ferro, gli escono urletti striduli di soddisfazione e con la sua comunicatività debordante gesticola come un matto. «Ho sempre avuto una opinione alta di me stesso, soprattutto come sceneggiatore». Racconta di quando da ragazzo scrisse il curriculum da attore con due bugie: «Scrissi che avevo recitato per Godard in Re Lear, un film terrificante, non puoi resistere più di cinque minuti e pensavo che tanto nessuno l’aveva visto. Poi uno di zombie di Romero, nella scena di una gang di motociclisti c’era uno mi somigliava. Non avevo ancora fatto nulla, da qualche parte dovevo cominciare». Il primo film che ha visto? «Un film inglese di agenti segreti, c’era una scena sadomaso di cui mi sfuggì la parte politico-sessuale. Avevo cinque anni».

Intanto ripassa i suoi film, e quando scorre una scena di violenza ride di gusto. Nel 2020 è diventato padre di Leo:«Sembra fatto apposta, le mie priorità con lui sono cambiate, l’ho avuto a fine carriera». Ma ha appena 58 anni, sarà che l’America ha tempi tutti suoi. Tuffandoci invece nel passato della Seconda guerra mondiale, averla riscritta, in Bastardi senza gloria, è stato consolatorio? «Scrivendo quel film non mi sono detto, ecco, ora cambio la Storia. Mi sono messo in trappola da solo, non sapevo come uscirne è ho ucciso Hitler in una sala da cinema. Mi sembrava una buona idea. A chi mi criticò risposi, ehi, è roba mia, l’ho inventata io e posso fare quello che mi pare».

Ha ridisegnato i confini dello schermo alterando il nostro immaginario con nuovi linguaggi e tecniche, usando dialoghi iperrealistici, violenza a go-go, citazioni cinefile. Oggi il cinema è meno libero di esprimersi? «È più difficile ma non impossibile, bisogna volerlo, crederci. Non va bene riflettere troppo. Pulp Fiction ebbe molto successo ma a chi ci andò giù pesante volevo dire: io ho fatto un film sui gangster, tu che problemi hai? Nel tempo ho capito che non bisogna prendersela troppo, se un film diventa argomento di conversazione si vede che lascia il segno, e okay. Ho imparato ad accettare chi mi insulta. Quel film lo girai alla fine degli anni 80, anche quelli erano tempi repressivi, io credo che la permissività degli anni 90 debba qualcosa a Pulp Fiction».

Per il suo collega David Cronenberg il cinema è morto. Cosa ne pensa? «È impossibile rispondere, staremo a vedere, io ho una sala che fa i revival intitolata New Beverly e c’è un’affluenza incredibile dopo la pandemia, ne ho appena acquistata un’altra, non penso che sia morto. Forse sarà di nicchia. Se parliamo di incassi per film in 3.000 sale non lo so». Si aprono siparietti e gag, è il Tarantino Show, lui ha una curiosità onnivora, sembra davvero un pupazzo nelle sue buffe espressioni. «C’è un film muto che cancellerei, è The Birth of a Nation del 1915, portò alla rinascita del Ku Klux Klan».

C’è un personaggio dei suoi film di cui diventerebbe amico e uno con cui non andrebbe d’accordo? «Prendiamo C’era una volta a Hollywood. Rick Dalton, l’attore in declino impersonato da Leo DiCaprio, è un piagnucolone e non si rende conto della bella vita che ha avuto; forse con Cliff, la sua controfigura (Brad Pitt) mi troverei bene. Ma non ho mai creato un mondo in cui vorrei abitare, mettiamola così». Ha scritto un romanzo da quel film: «Sono cresciuto leggendo libri che si basano sui film. L’ho fatto anch’io. È un genere divertente, il trash della letteratura. Mi piace giocare con l’alto e il basso». Con lui prima o poi si parla di B movie e stavolta di B libri: è la lettera liberatoria che alimenta gli sbarchi della sua ciclopica immaginaria Normandia sullo schermo.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il San Francesco narrato da Giotto dialoga con dodici fotografi (e con noi)

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il piacere più grande ce lo danno i frammenti, e non a caso nella vita proviamo il più grande piacere quando la vita stessa ci appare come un frammento, e come il tutto è per noi raccapricciante, com’è orribile, in fondo, la perfezione di tutto ciò che è compiuto». Così sentenziava lo scrittore, drammaturgo, poeta e giornalista austriaco Thomas Bernhard (1931 – 1989), in uno dei suoi ultimi romanzi, Antichi Maestri (uscito nel 1985, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1992).

E di frammenti parla anche la mostra che si apre il 5 ottobre fino al 24 ottobre nello Spazio Corner del Maxxi, il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo di Roma. Prima di tutto perché i frammenti al centro della esposizione sono quelli «rubati» a un’esistenza eccezionale, quella di San Francesco, il poverello d’Assisi. Poi perché la mostra romana prende spunto dall’interpretazione (dipinta) che il grande Giotto aveva dato (tra il 1292 e il 1305) di quei frammenti di vita, da lui fermati negli affreschi della Basilica superiore di Assisi. E infine perché di quegli stessi frammenti della vita di San Francesco danno ora un’interpretazione contemporanea dodici protagonisti della fotografia contemporanea.

Marina Alessi, Silvia Amodio, Maria Vittoria Backaus, Fabio Bonanno, Settimio Benedusi, Francesco Cito, Angelo Ferrillo, Franco Fontana, Giovanni Gastel, Efrem Raimondi, Ferdinando Scianna, Oliviero Toscani: sono questi i protagonisti della mostra Francesco ieri e oggi, 100 anni di comunicazione e cultura francescana che vuole celebrare anche i 100 dall’uscita del primo numero della rivista «San Francesco». In occasione del centenario la redazione e i frati del Sacro Convento di Assisi hanno poi organizzato una serie di incontri dedicati alla comunicazione e all’importanza della figura del santo e dei suoi viaggi in Italia e nel mondo.

Nelle sue scene, Giotto (a cui le Storie sono ormai universalmente attribuite nonostante l’opposizione di studiosi come Federico Zeri e Bruno Zanardi) aveva voluto raccontare le vicende di Francesco in modo da rendere la sua figura vicina e attuale, allontanandosi dalla lezione del suo maestro Cimabue. Per farlo avrebbe elaborato un linguaggio pittorico nuovo, chiaro, immediato ed efficace, dando volume alle sue figure, riempiendo le loro vesti con la solidità di corpi veri, regalando espressione ai loro volti, giocando sapientemente con la luce (soprattutto con i chiaro-scuri), applicando con progressiva sicurezza la prospettiva. Una modernità che i 12 fotografi hanno dimostrato di condividere in pieno.

«Le immagini di questa mostra – spiega padre Enzo Fortunato, direttore della rivista “San Francesco” – desiderano richiamare l’importanza di fare in modo che la comunicazione sia raccontare e raccontarsi: ieri, con gli affreschi della Basilica, primo film a colori ; oggi, con la fotografia in una società che ama comunicare molto con le immagini e troppo spesso a spot. Le fotografie raccolte non sono spot, ma un autentico momento di riflessione, che ci aiuti a riflettere su noi stessi, con un duplice movimento: guardare in alto e guardarsi dentro. Guardare in alto è ciò che ciascuno di noi è chiamato a essere, una fotografia di Dio. Guardarsi dentro per cogliere le potenzialità che abbiamo e mettere mano al più bel cantiere che Dio desidera da noi. Francesco d’Assisi è riuscito a essere una delle più belle immagini di Dio».

Maxxi va così in scena una nuova sacralità delle immagini, fatta di stili differenti, in bianco e nero oppure a colori accomunati nel racconto del San Francesco immaginato da Giotto, un racconto (rivoluzionario per l’epoca) che supera la lezione di Cimabue, con le scene inquadrate e fra loro divise da una serie di colonne che simulano un loggiato (riprendendo l’impianto dei mosaici nella cupola del Battistero di Firenze).

«Sulle orme di Francesco, sulla pluralità di linguaggi e sull’esaltazione di ogni mezzo tecnologico come “dono” – chiarisce il curatore della mostra Andrea Cova -, il francescanesimo ha deciso di adottare a piene mani ogni strumento di comunicazione, come mezzo diretto, immediato, interattivo e partecipativo. Dalla rivista cartacea all’utilizzo di internet trovando corrispondenza piena nell’idea francescana di interattività: sogno di un nuovo umanesimo condiviso. Questa mostra sarà un modo per orientare lo spettatore tra gli scatti moderni e le immagini giottesche che raccontano la vita del santo di Assisi».

La scelta degli episodi da parte dei dodici fotografi appare personale, privata, vicina alla sensibilità di ognuno: Angelo Ferrillo e Ferdinando Scianna hanno entrambi scelto di confrontarsi con Il Miracolo della fonte; Efrem Raimondi con La Predica agli uccelli; Fabio Bonanno con L’approvazione della Regola; Francesco Cito con Il sogno di Innocenzo III; Franco Fontana con La rinuncia agli averi ; Giovanni Gastel (scomparso lo scorso marzo) con La morte del Cavaliere di Celano ; Maria Vittoria Backaus con L’estasi; Marina Alessi con La prova del fuoco; Oliviero Toscani con Il presepe di Greccio; Settimio Benedusi con Il Pianto delle Clarisse ; Silvia Amodio con La liberazione dell’eretico Pietro di Alife.

«Foto-grafia è scrivere con la luce – conclude padre Enzo Fortunato -. Basterebbe questa affermazione per spiegare il motivo per cui nel centenario del mensile abbiamo affidato a dodici fotografi di interpretare il messaggio francescano con una loro opera. Il nostro lavoro è stato di accostare un dettaglio di un affresco di Giotto sulla vita del santo e la spiritualità francescana, per sottolineare quanto il pensiero di Francesco sia senza tempo. Queste fotografie contengono un messaggio che arriva a ciascuno di noi». Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Latino, il dizionario della guerra: imperium, fides, bellum iustum

 

 

 

 

 

 

“ La storia di Roma è inseparabile dalla storia delle sue guerre. Piccolo centro del Lazio a lungo a rischio di scomparire, costretto a battersi talvolta con più nemici ad un tempo, impegnato in una costante lotta per la vita che forgiò le basi per la potenza futura, Roma giunse a controllare dominî che andavano dalla Scozia all’Egitto, dall’Atlantico alla Mesopotamia; e ciò grazie a uno strumento militare senza veri difetti e a grandi comandanti che, però, erano e rimasero prima di tutto cittadini.

Quello romano è ritenuto l’esercito più efficace non solo dell’antichità, ma della storia intera. Pur discutibile, il giudizio si applica certo ad un organismo che in sette secoli ha saputo conquistare un impero immenso, riuscendo a conservarlo per altri cinque. Nel corso del loro lunghissimo impegno le forze armate di Roma hanno praticato, spesso ponendone le basi, ogni forma di combattimento, dalla battaglia campale — il iustum proelium che, ritualizzato secondo religione e diritto, costituì la soluzione prediletta — all’assedio, dalla lotta sul mare agli scontri in ambito urbano, dalle operazioni in montagna alla controguerriglia. Ai Romani si deve lo sviluppo di una capacità di gestire gli assedi insuperata per un millennio e delle artiglierie forse più efficaci prima dell’avvento delle armi da fuoco (elaborando oltretutto la concezione, poi riscoperta solo nel Rinascimento, di un possibile impiego in campo aperto…) e l’invenzione della medicina militare. Straordinario era il livello della loro logistica e non ignoravano il ricorso, benché sporadico, a forme embrionali di guerra chimica e biologica. Se pur si discute circa l’esistenza di una «grande strategia», non mancò mai loro la visione d’insieme delle guerre che conducevano.

Quella di Roma, dunque, è certamente la storia di una milizia di contadini che finì per dominare il mondo di allora; ma anche e soprattutto di un corpo di cives capace ab origine di assorbire, trasformandoli in Romani, i nemici di ieri. Ciò in nome di un’etica e di una somma di valori condivisi almeno a livello di élite, che si riflettevano e si identificavano in strutture militari mai disgiunte dalla dimensione profonda del diritto. Malgrado la dottrina attuale spesso lo ignori (o finga di ignorarlo, è divenuta quasi una moda prendersela con i Romani), l’Urbe, che combatté un numero infinito di guerre, ebbe spesso, in realtà, come mira ultima una pace, pur non indifesa (ergo qui desiderat pacem praeparet bellum). Del pari, anche se una volta scesi in campo non ammettevano poi di fermarsi senza aver conseguito una piena vittoria, i Romani eressero numerose barriere giuridiche e religiose per scongiurare il confronto armato; e lo ius belli era per molti aspetti più rigoroso e formale di ogni altra forma del diritto.

Parliamo di principî, naturalmente: ma non sono tali (e anch’essi costantemente violati…) anche i diritti dell’uomo o i comandamenti di Dio? La loro forza sta nell’esser stati pensati ed espressi; e, ove si sappia leggerlo, il lessico latino è, in proposito, addirittura esplicito. Facoltà di condurre i Romani in guerra, il termine imperium richiama ad un dialogo con gli dei; o con valori quali quello di fides, l’inflessibile rispetto (si veda il discorso di Camillo in Tito Livio) verso regole pur talvolta indipendenti da ogni convenzione, perché stabilite natura e dunque anteriori pacto humano. Valore dalle origini remotissime, addirittura indoeuropee, fides viene divinizzata già da Numa Pompilio; e l’imperiumsacralmente decade ove da fides si discosti. Cicerone, nel De re publica e nel De officiis, riafferma più volte il dogma secondo cui era dovuta anche e soprattutto ai nemici; e se l’altrui violazione costituiva la sola causa oltre alla sopravvivenza (aut pro fide aut pro salute) per intraprendere un bellum iustum, conforme al diritto, il Romano doveva osservarla anche in gerendo et deponendo, nel condurlo e nel porvi termine.

Così, però, non solo dal tempo di Cicerone; ma fino dalla più antica formulazione del termine ius gentium, dove le gentes sono non i popoli, bensì i clan plurifamigliari delle origini, che accettano di condividere al cospetto degli dèi verifiche sacrali simili all’ordalia (il duello giudiziale tra capi o campioni). In quest’etica finirono per riconoscersi, e soprattutto nel confronto armato, le aristocrazie dell’Italia tirrenica, ben presto inserite in Senato. Tout se tient: il diritto alla base della ineguagliata capacità di fondere i popoli attorno a principî comuni e la guerra che, almeno formalmente, vi si conforma. Obbligata da norme originali e saldissime estese infine con la civitas a tutto l’impero, alla sua scomparsa Roma non ha lasciato che macerie e rimpianti; e la capacità di assorbire unificandole le altrui forme di pensiero ha reso davvero la sua cultura (e il latino che la esprime) un autentico «luogo dello spirito» per l’intero Occidente.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eliminate la banconota da 500 euro”: la richiesta dell’Italia

 

 

 

 

 

“ Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Italia si sono rivolti alla Commissione europea tramite Position Paper. Si chiede di limitare al massimo la circolazione della banconota, fino ad arrivare alla sua eliminazione

Nella lotta all’evasione fiscale arriva anche la messa al bando delle banconote da 500 euro. Questa almeno è l’internzione di Paesi come Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi ed anche Italia, che hanno chiesto alla Commissione europea di intervenire prendendo provvedimenti a riguardo. È opinione di molti, infatti, che la banconota dal taglio più grande possa essere uno strumento prezioso per gli evasori, da qui la richiesta inoltrata quest’estate tramite Position Paper.

Si tratterebbe di una misura da introdurre insieme ad altri provvedimenti finalizzati a contrastare il riciclaggio. Si parla addirittura di istituire una vera e propria autorità preposta a combattere il fenomeno, con possibile sede a Milano. Non solo. I cinque Paesi puntano anche a stabilire un limite europeo alla circolazione del contante, fissato entro i 5 mila euro, rispetto ai 10 mila proposti dalla Commissione.

Proprio in questi giorni il Consiglio europeo ha cominciato a lavorare sulla materia, prendendo in considerazione le molteplici posizioni in merito al tetto al contante. I singoli Paesi, tuttavia, hanno la facoltà di introdurre misure anche più restrittive. Attualmente, ad esempio, in Italia il tetto massimo è fissato a 2 mila euro.

Per quanto riguarda le 500 euro, i Paesi europei sopra menzionati hanno assunto una posizione chiara, e nel Position Paper citano anche degli studi che mostrano come le banconote dal taglio grande siano ampiamente sfruttate nelle attività illecite. Alla Commissione viene poi ricordato che già nel 2016 lo stesso organo europeo aveva evidenziato come le banconote da 500 euro avessero svolto un ruolo fondamentale nel finanziamento, ad esempio, delle attività terroristiche. Sempre nel 2016, si legge nel documento riportato da Il Sole 24 Ore, la Banca centrale europea aveva“tenuto conto delle preoccupazioni relative alla banconota da 500 euro e deciso di interrompere la produzione e l’emissione di banconote da 500 euro”.

Malgrado ciò, tali banconote stanno ancora circolando: “Le ultime statistiche di fine febbraio 2021 mostrano che sono ancora in circolazione 400 milioni di banconote, per un valore complessivo di 200 miliardi di euro“. Da qui la richiesta alla Commissione di prendere accordi con la Bce al fine di prendere ulteriori provvedimenti al fine di limitare al massimo la circolazione delle 500 euro. Fra le proposte anche quella di procedere con una eliminazione graduale, che possa portare ad una “progressiva conversione da parte del pubblico in banconote di taglio più piccolo“.

Del resto, l’eliminazione della banconota da 500 euro viene vista anche come una forma di contrasto all’evasione fiscale. Introdurre soglie inferiori di circolazione del contante, spiegano i Paesi, si è rivelata una misura particolarmente efficace, “anche per portare le persone a utilizzare pagamenti tracciabili“.“ Il Giornale 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

Settecentesimo di Dante: ora è più libero e nostro
“Ci lascerà l’immagine di un Dante più vicino e familiare, di un Dante molteplice, metamorfico e cangiante. Un Dante diffuso e popolare, se possibile ancora più amato. Soprattutto presso i ragazzi, che per mesi l’hanno maneggiato, l’hanno rappresentato, l’hanno letto, l’hanno ascoltato, l’hanno disegnato, l’hanno discusso, l’hanno anche maltrattato, qualcuno l’ha musicato, altri l’hanno riscritto. C’è chi aveva seri dubbi sulle celebrazioni, e tanto più sul Dantedì, perché le celebrazioni sarebbero per definizione solennità o futilità, non si sfuggirebbe all’effetto saturazione. Anche questo, per fortuna, ci ha lasciato il Settecentesimo: una meno sdegnosa altezzosità degli studiosi. Ci sono i filologi, ci sono i biografi, ci sono gli storici, gli storici dell’arte, i critici, i linguisti, i filosofi, i teologi. Sono uscite edizioni splendide e libri inutili, commenti nuovi (tanti), saggi illuminanti e ricostruzioni improbabili, adattamenti, parodie, vademecum, interpretazioni attualizzanti, analisi stilistiche e ragionamenti assurdi. Per non dire delle mostre: a Forlì a Ravenna a Firenze a Pisa, esposizioni spesso da record di pubblico in un anno non proprio felice. E quelle in arrivo, come la rassegna sui manoscritti e gli incunaboli che coinvolge le biblioteche dei capoluoghi dell’Emilia-Romagna e che viene accompagnata da un video-monologo a cura di Alberto Casadei. Intanto, ben 200 comuni toscani hanno voluto aderire alle iniziative di Dante o Tosco.
Tornando all’editoria. Tra le novità più attese dagli specialisti: le nuove edizioni critiche, quella a cura di Paolo Trovato e quella di Giorgio Inglese, e il commento dell’Inferno di Enrico Malato. Inoltre, solo per citare le ultimissime uscite, vanno almeno ricordati il filologo Federico Sanguineti, che ha dedicato un piacevole saggio alle parolacce in Dante; Luca Serianni che ha raccolto i suoi studi linguistici; e lo studioso austriaco Peter Kuon che ha di recente pubblicato un lavoro sulle riscritture novecentesche della Commedia. Si potrebbe continuare all’infinito.
Ogni giorno due tre quattro libri su Dante per tutti i gusti e le culture, per specialisti e no, persino per i lettori che non ci sono e non ci saranno mai. Dante si offre a ogni orecchio: in fondo, l’ha voluto lui, come spiega Lino Pertile in un libro prezioso come Dante popolare, dove la fortuna del poema viene motivata sì dai livelli diversi e molteplici che assecondano ogni lettura, ma soprattutto da qualcosa di più sfuggente che non troviamo nelle note dei commenti e che riguarda la conoscenza profonda ed eterna dell’animo umano, una sensibilità che supera i secoli.
Ci sono gli studiosi e ci sono anche gli illustratori e i grafici come un tempo c’erano i miniatori, ci sono gli scrittori, i teatranti e gli attori, e poi i cineasti, i documentaristi, i videoartisti, i fumettisti, i pubblicitari, i cantanti, i giornalisti. Per mesi si sono alternati in vetta alla classifica della saggistica il viaggio di Aldo Cazzullo nell’Inferno e la biografia scritta dallo storico Alessandro Barbero. Altre biografie sono quelle di Paolo Pellegrini e di Brilli e Milani. Intanto, Antonio Moresco ha riscritto la Vita nova e Neri Marcorè ha messo insieme una rassegna di canzoni del repertorio italiano che richiamano idealmente alcune figure femminili della Commedia, forse ispirandosi al magnifico libro postumo di Marco Santagata.”

Corriere della Sera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roma, attacco hacker all’ospedale San Giovanni: si cercano nessi con il virus in Regione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Nel pomeriggio di lunedì è scattato l’allarme per l’intrusione di un virus che avrebbe creato gravi danni all‘attività della struttura, una delle più importanti della Capitale

Circa 60 mila accessi solo al Pronto soccorso nel 2019. Ovvero oltre 160 al giorno. Basta questo numero per dare un’idea — peraltro ristretta solo al reparto di primo intervento — del danno causato ieri dall’attacco hacker con virus ransomware all’azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma. Un’infiltrazione, sulla quale indaga la polizia postale, che ha paralizzato l’attività informatica della struttura sanitaria, una delle più grandi della Capitale, e messo a rischio migliaia di visite e interventi prenotati e da prenotare, proprio nel giorno del debutto del sistema interno deputato a questo servizio. Anche questa volta gli incursori avrebbero avuto gioco facile, a meno di due mesi dal blitz che ha messo in ginocchio la Regione Lazio, neutralizzando i sistemi di sicurezza ora al vaglio della Postale: si cerca un collegamento con l’aggressione subìta dall’amministrazione regionale.

All’improvviso lunedì mattina la gestione informatica dell’ospedale, come l’inserimento dei dati dei pazienti al Pronto soccorso e in altri reparti, si è interrotta. Medici e infermieri hanno cominciato a comunicare con gli smartphone trascrivendo a mano referti e documenti. Assicurata comunque tutta l’attività d’urgenza: «Sono proseguite — è stato spiegato dalla direzione sanitaria -—le attività di ricovero, ambulatoriali, assistenza ed emergenza del pronto soccorso. Le prestazioni di emodinamica, radiologia interventistica e l’attività operatoria si sono svolte regolarmente. Stiamo lavorando alacremente per ripristinare tutte le funzioni nel più breve tempo possibile, garantendo la continuità dell’assistenza ospedaliera».

In via dell’Amba Aradam, sede dell’ospedale, le guardie giurate hanno blindato gli ingressi fin dal primo pomeriggio, mentre una squadra speciale della Postale ha preso possesso dei sistemi informatici per analizzarli e ricostruire come gli hacker hanno avuto accesso alla rete del San Giovanni, bloccando in pratica 300 server e 1.500 postazioni computerizzate. Le conseguenze non si sono fatte attendere perché alcuni pazienti con visite e interventi non urgenti sarebbero stati rimandati a casa, in tilt il sistema di accessi al Pronto soccorso, anche per l’impossibilità di gestire l’enorme mole di dati quotidiani, se non tornando ai metodi tradizionali, ovvero carta e penna. Le indagini puntano anche a capire, come è accaduto sempre nel caso del maxi attacco di luglio, se in passato ci siano stati episodi analoghi, non segnalati, che possano aver aperto la strada agli incursori informatici, come anche se la richiesta di riscatto completa di ultimatum, che dovrebbe essere contenuta nel virus lanciato nella rete dell’azienda sanitaria (che gestisce anche altre strutture nella Capitale), sia uguale a quella ricevuta dalla Regione.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia è ancora bianca: solo la Sicilia rimane in zona gialla

 

 

 

 

 

 

“Scende il valore dell’Rt e migliora la situazione epidemiologica del Paese, dove solo la Sicilia continua a rimanere in zona gialla

Tutta l’Italia continua a rimanere in zona bianca, fatta eccezione per la Sicilia che permane in zona gialla. Questa è la decisione assunta dopo il consueto monitoraggio dell’Iss. Dalle prime indicazioni si evince un miglioramento a livello nazionale, anche se a livello locale alcune Regioni vedono crescere il numero dei ricoverati.

La Sardegna riesce a mantenere ancora lo status di zona bianca nonostante abbia superato il limite dei ricoveri nelle terapie intensive, questo perché la soglia in area medica non è ancora stata oltrepassata. Una situazione simile la vive la Calabria, che al contrario della Sardegna ha superato il limite dei ricoveri in area medica ma riesce ancora a contenere il numero dei ricoverati in terapia intensiva al di sotto della soglia prevista per il passaggio in zona gialla. Per passare da una fascia a un’altra è necessario che tutti e tre gli indicatori (incidenza contagi su 100 mila abitanti, ricoveri in terapia intensiva e in area medica) superino le soglie indicate dalle più recenti linee guida. In Sicilia i contagi sono in calo ma i ricoveri sono ancora in aumento, il che mantiene le soglie ancora sopra il livello di guardia.

L’Italia sembra andare nella direzione opposta rispetto allo scorso anno, quando in questo stesso periodo il Paese iniziava a rivedere l’ombra delle chiusure con l’aumento dei casi. Rispetto alla settimana scorsa, infatti, le Regioni a rischio moderato sono scese da 17 a 3. Restano nella fascia media di rischio solo Lombardia, Friuli Venezia Giulia e la provincia autonoma di Bolzano. Un andamento confortante che emerge dalla bozza del report Iss, dal quale si evince che delle tre aree a rischio moderato, solo la provincia autonoma di Bolzano presenta caratteristiche di resilienza.

Calano anche i dati dei contagi associati alle catene, che passano dai 15.951 della scorsa settimana ai 13.546 dell’ultimo report. Scende anche l’Rt, che arriva a 0,92 allontanandosi dall’1. Sono ancora in leggero aumento i tassi di occupazione delle terapie intensive e delle aree mediche. Inoltre, il report dell’Iss ha confermato che la variante Delta è ancora quella prevalente nel nostro Paese, così come nel resto dell’Unione europea: “Una più elevata copertura vaccinale ed il completamento dei cicli di vaccinazione rappresentano gli strumenti principali per prevenire ulteriori recrudescenze di episodi di aumentata circolazione del virus sostenuta da varianti emergenti con maggiore trasmissibilità”.”

Il giornale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Estate 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grano italiano, partita la raccolta 2021: produzione in calo del 10 per cento e prezzi ai massimi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Con l’arrivo del caldo è iniziata in Italia la raccolta del grano, che quest’anno è stimata in calo del 10% nonostante l’aumento delle superfici coltivate a causa del clima pazzo con una fredda primavera dopo un inverno mite. Il calo della produzione è contenuto nel monitoraggio pubblicato da Coldiretti, che ha annuncia il via della trebbiatura nelle regioni del Mezzogiorno per poi proseguire verso Nord. A colpire i campi nazionali sono stati in particolare i cambiamenti climatici che – evidenzia la Coldiretti – hanno provocato una riduzione delle rese con un raccolto che dovrebbe attestarsi attorno ai 6,5 miliardi di chili a livello nazionale su una superficie totale di 1,769 milioni di ettari coltivati fra grano duro per la pasta e grano tenero per pane e biscotti. «Con le operazioni di trebbiatura del nuovo raccolto di fatto avviate – si legge anche in una nota della Borsa merci telematica italiana – le stime mensili dell’International grains council hanno tagliato per l’Italia la produzione 2021 di circa 200mila tonnellate, portandola dai 4,4 milioni di aprile ai 4,2 milioni di maggio. Si registrerebbe dunque un calo del 9,2% rispetto allo scorso anno (pari a 400mila tonnellate)». Una minore produzione che si inserisce in un contento di aumento della domanda di grano tricolore, che – sottolinea la Coldiretti – «è spinto dal record storico messo a segno dalle esportazioni nazionali di pasta che hanno fatto registrare un balzo del 15% per un valore di 3,1 miliardi di euro nel 2020 ma ad aumentare nel corso dell’anno sono stati anche i consumi interni saliti dell’8,9 %».

Che cosa accadrà ai prezzi del grano? Già nell’annata 2020-2021 relativa alla raccolta dell’anno scorso le quotazioni non si sono allontanate da valori tra i 290 e i 300 euro a tonnellata, «i massimi degli ultimi cinque anni», commenta Emanuele Occhi, responsabile Grandi colture di Coldiretti, che però precisa: «Livelli di prezzo più alti sono positivi per gli agricoltori, perché significa per loro una remunerazione maggiore, ma non credo ci saranno ripercussioni sui consumatori, il prezzo della pasta non dovrebbe aumentare. «Le battute conclusive della campagna 2020/2021 – riporta ancora Bmti – hanno confermato nel mercato del grano duro la fase di stabilità: le variazioni nei listini delle Borse merci sono state limitate, con il prezzo del grano duro fino nazionale che è rimasto attestato sui 290 euro alla tonnellata. Il grano tenero archivia la campagna 2020/2021 con prezzi più alti di quasi il 20% rispetto a un anno fa. Ancora più elevata la crescita che si riscontra attualmente per il mais, pari a un +50% su base annua».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Turismo, Bit Digital riaccende la voglia di vacanze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Successo per l’edizione on line della Borsa internazionale del turismo tra incontri d’affari ed “esplorazioni” del pubblico alla scoperta di mete nella maxi vetrina di Expo Plaza. Fino a settembre piattaforma aperta e aggiornata in attesa dell’edizione 2022 che si terrà a fieramilanocity in presenza e digitale dal 13 al 15 febbraio

Il “grande viaggio” è iniziato e scandisce il tempo delle ripresa del turismo in Italia e all’estero, della voglia di vacanze che non è mai stata così forte come in questo momento, all’avvio della stagione estiva. E a dare il segnale – forte – della ripartenza è stata Bit Digital Edition 2021, l’edizione online della Borsa Internazionale del Turismo di Fiera Milano che ha debuttato per la prima volta con un’innovativa piattaforma digitale che per sei giorni – tre dedicati agli incontri business-to-business e tre aperti al pubblico dei viaggiatori – e chiude con un bilancio positivo di partecipazioni e coinvolgimento, come se fosse esattamente la Bit in presenza, affollatissima di espositori, buyer e visitatori. A dimostrazione della forza di una manifestazione unica, da sempre ambasciatrice del turismo, a partire da quello italiano.

Con una sottolineatura: Bit Digital ha utilizzato gli strumenti della trasformazione digitale per consentire a tutti di potervi partecipare senza problemi, anche a manifestazioni fieristiche in presenza, ferme per le disposizioni anti pandemia decise dal governo. Non solo, l’area espositiva digitale Expo Plaza resterà online fino a settembre e sarà costantemente aggiornata con nuovi contenuti degli espositori e resteranno disponili anche le registrazioni di alcuni tra i più interessanti Bit Talks. Con un appuntamento da segnare nel “diario di viaggio”, quello con Bit 2022, che si terrà con il format ibrido, in presenza e digitale, dal 13 al 15 febbraio a fieramilanocity.

Lo testimoniano i dati: 58mila gli utenti unici che hanno visitato la piattaforma, con oltre 7.000 appuntamenti business realizzati in videochat che hanno fatto incontrare l’offerta di circa 1.600 tra espositori e co-espositori con la domanda di oltre 600 buyer. In pochi giorni la piattaforma Expo Plaza è stata popolata dagli espositori con più di 1.900 stories, oltre 3.300 prodotti e arricchita da contenuti sia multimediali sia tradizionali. Il riscontro anche da parte del pubblico dei viaggiatori è confermato dai numeri dei social che hanno fatto registrare 1,5 milioni di impression e hanno raggiunto una copertura totale di 37.912 utenti.

“Bit Digital Edition ha confermato le aspettative. La formula digitale si è dimostrata efficace per un settore che, più degli altri, in questo momento ha bisogno di ripartire – commenta Luca Palermo, amministratore delegato e direttore generale di Fiera Milano -. I risultati di questa edizione sono un segnale incoraggiante anche per Fiera Milano, dal prossimo 15 giugno potremo finalmente tornare ad organizzare fiere in presenza e il successo di questo format ci consentirà di offrire, in futuro, un’esperienza di visita dove la partecipazione fisica sarà arricchita da un’offerta digitale innovativa e complementare”.

Un’edizione che si è distinta, oltre che per la partecipazione, anche per l’elevato livello dei contenuti. Tra eventi Bit e degli espositori, sono stati ben 160 gli appuntamenti in streaming dei Bit Talks, che per la prima volta hanno affiancato ai contributi degli esperti di settore e degli esponenti delle aziende la visione di filosofi, architetti, artisti e curatori d’arte, fino agli esponenti meno convenzionali della cultura più pop, nel palinsesto dei Special Talks e grazie alla qualità dei contenuti il programma di quest’anno ha ottenuto il patrocinio della Rai.

Importante e autorevole anche la quantità di dati, studi e ricerche presentati, con partner italiani e internazionali: da Oxford Economics, presente per la prima volta in Bit con gli European Tourism Forecasts, alla presentazione del XXIV Rapporto sul Turismo Italiano a cura di Cnr-Iriss, in collaborazione con Istat e Censis, o del Rapporto sul Turismo Enogastronomico fino agli scenari delineati dall’Organizzazione Mondiale del Turismo dell’Onu (Unwto) e ancota i dati degli analisti di Euromonitor e Bva Doxa per arrivare e gli affondi sulla tecnologia realizzati in collaborazione con un leader internazionale del livello di Salesforce. Proprio i dati Doxa, in sintonia con i numeri del pubblico in manifestazione, confermano quanto gli italiani non vedano l’ora di tornare a viaggiare: oltre due terzi, il 67%, intende andare in vacanza quest’estate e di questi l’85% sceglierà proprio l’Italia facendo una scelta consapevole, anche per sostenere la attività economiche del Paese.

E le esperienze sono state al centro delle tendenze emerse a Bit Digital Edition. Che si tratti di coniugare il turismo d’arte e cultura con le degustazioni eno-gastronomiche, di vivere il turismo slow e open-air nelle sue diverse declinazioni, dai borghi, al cicloturismo alla riscoperta dei “cammini”, fino – guardando invece all’estero – ai tour alla scoperta di destinazioni meno note, il filo conduttore è che oggi il viaggiatore sceglie un’esperienza in linea con il proprio stile di vita prima ancora che una destinazione.

Nuovi scenari che segnano cambiamenti profondi perché emerge il tema dell’esperienza di viaggio che viene proposta e questa è determinata più dal turista e meno dall’offerta degli operatori, evoluzione di cui dovranno tener sempre più conto gli imprenditori turistici. Per loro sarà fondamentale conoscere in anteprima i desideri del pubblico e fare networking per intercettare la domanda attraverso piattaforme come ha dimostrato la Borsa Internazionale del Turismo.”

Il Giornale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giugno 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prezzi, il caso ciliegie: comprate a un euro al chilo in Puglia e rivendute a 16 a Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“A i produttori sono pagate una miseria, ai consumatori costano circa quindici volte di più. Scoppia il caso delle ciliegie pugliesi, denunciato dalle associazioni degli agricoltori. «Dopo averle salvate dal gelo e dalle grandinate con falò notturni per scaldare i ciliegeti e vaporizzazione di acqua per preservare le fioriture – scrive Coldiretti Puglia- i prezzi di vendita in campagna sono un euro al chilo». Il costo di raccolta è di un euro al chilo, grosso modo. «A questi prezzi non conviene nemmeno raccoglierle perché non si coprono i costi», commenta Lorenzo Bazzana, responsabile ortofrutta Coldiretti nazionale . Per le ciliegie Bigarreau e Georgia il mercato è freddissimo. «La forbice dei prezzi dal campo alla tavola – sottolinea Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia – si è allargata in misura sconsiderata. A Milano, in una nota catena di distribuzione commerciale, stanno vendendo le ciliegie pugliesi a 16 euro al chilogrammo. Non possiamo permettere che i nostri agricoltori siano costretti ad abbandonare questa produzione storica e riconosciuta a livello nazionale per colpa dei prezzi in campagna ciclicamente troppo bassi».

Lo squilibrio dei prezzi in campagna e sugli scaffali

«Lo squilibrio tra il poco che viene riconosciuto agli agricoltori e i margini spropositati che la Grande distribuzione garantisce a se stessa – ha dichiarato Raffaele Carrabba, presidente regionale di Agricoltori Italiani della Puglia- è diventato un problema enorme, sempre più pressante e ineludibile per la politica, soprattutto in un momento di crisi epocale come quella creata dal combinato disposto della pandemia e dei cambiamenti climatici. Siamo di fronte a un vero e proprio sfruttamento da parte delle multinazionali della Gdo a danno degli agricoltori».

Puglia, qui il 40% della produzione nazionale

Secondo dati Coldiretti, con le sue 47 mila tonnellate Bari è la prima provincia italiana per produzione di ciliegie, pari al 34% della produzione nazionale, mentre la produzione in Puglia è pari al 39,8% del totale nazionale. I ciliegi rivestono una superficie di quasi 20.000 ettari della regione, di cui oltre 17.000 della sola provincia di Bar. essere penalizzata è soprattutto l’area metropolitana di Bari. Secondo le organizzazioni degli agricoltori, la Puglia ha il primato nazionale degli ettari coltivati (62%).

La raccolta in Emilia e in Veneto

La stagione è partita a metà maggio in Puglia e da pochi giorni a Vignola in Emilia, le quotazioni attualmente variano da 3 a 4 euro ma è invece ancora presto per sapere che cosa accadrà ai prezzi delle ciliegie prodotte nelle altre regioni. «Finora – spiega ancora Lorenzo Bazzana – al Nord è partita soltanto la raccolta delle varietà precoci. Inoltre, a causa delle gelate e delle grandinate c’è meno prodotto rispetto a una campagna normale». Aspettiamo di vedere che cosa succederà in Veneto e nelle vallate del Trentino Alto Adige dove la raccolta inizierà in estate.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Green pass valido per viaggiare già 15 giorni dopo la prima dose: 10 domande (e risposte)

Cos’è il «green pass»?

 

 

 

 

 

 

La «certificazione verde», che dimostra di essere stati vaccinati o di essere guariti dal Covid-19 o di essersi sottoposti a tampone con esito negativo, è stata introdotta con l’articolo 9 del decreto legge numero 52 sulle «Misure urgenti per la graduale ripresa delle attività economiche e sociali», approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 21 aprile. Il documento anticipa quello che a metà giugno dovrebbe arrivare direttamente all’Ue, ovvero il «Digital green certificate» che permetterà di spostarsi liberamente in Europa. Come detto, la certificazione made in Italy consentirà lo spostamento tra regioni eventualmente entrate nelle fasce di colore rosso o arancione, ma sarà anche il pass per partecipare alle feste di matrimonio, entrare ai concerti e, forse, anche nelle discoteche, quando riapriranno. La certificazione verde sarà costituita dal certificato vaccinale, che conferma l’avvemuta somministrazione del vaccino in una o due dosi; oppure dal referto negativo di un tampone antigenico rapido o molecolare effettuato al massimo 48 ore prima dello spostamento. Anche il referto della Asl che certifica la fine dell’infezione da Sars-Cov-2 e quindi la guarigione costituirà una certificazione verde che permetterà la libera circolazione. I documenti saranno tutti rilasciati a chi ne farà richiesta sia in versione digitale che cartacea.

Da quando è valido il green pass?

Il «green pass» viene rilasciato già dopo la prima dose ed è valido dal quindicesimo giorno successivo fino al completamento del ciclo vaccinale, come previsto dal decreto legge Covid pubblicato il 18 maggio in Gazzetta Ufficiale. «La certificazione verde», si legge nell’articolo 14, «ha validità di nove mesi dalla data del completamento del ciclo vaccinale». Tuttavia la certificazione «è rilasciata anche contestualmente alla somministrazione della prima dose di vaccino e ha validità dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale».

A partire dal 15 giugno sarà possibile utilizzare il pass per partecipare alle feste di matrimonio. Servirà anche per spostarsi in regioni che, a causa dell’aumento delle infezioni, dovesero ritornare di colore arancione o rosso. Anche le visite agli anziani nelle case di riposo (Rsa) richiederanno la certificazione verde, per non mettere in pericolo la salute fragile degli anziani che vi sono ospitati. E’ ancora allo studio, ma probabilmente il certificato servirà questa estate per entrare ai concerti e nelle discoteche.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suonò con la sua fisarmonica sotto la finestra della moglie ricoverata per Covid, Stefano premiato come «Alpino dell’anno»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le immagini di Stefano Bozzini, 81 anni, che con la sua fisarmonica dedicava una serenata alla moglie ricoverata a Castelsangiovanni, avevano commosso l’Italia. Il 20 giugno lui sarà premiato, e lo dedica alla sua Carla, che purtroppo non ce l’ha fatta

“A 81 anni, con la sua fisarmonica e il suo cappello da Alpino, si era seduto su uno sgabellino e si era messo a suonare una serenata per sua moglie, ricoverata per Covid all’ospedale di Castelsangiovanni. La storia di Stefano Bozzini, le immagini di lui che con la musica cercava di far sentire la sua vicinanza alla moglie malata, erano arrivate fino alla Cnn. E il 20 giugno a Savona Stefano sarà premiato come «Alpino dell’anno».

La sua storia e quella di sua moglie avevano commosso l’Italia lo scorso novembre, quando Stefano con la sua fisarmonica si era presentato sotto la finestra dell’ospedale in cui era ricoverata la moglie per suonarle una serenata. Non poteva vederla, ma aveva deciso di farle sentire tutto il suo amore e tutta la sua vicinanza. La suaCarla purtroppo non c’è l’ha fatta, il Covid se l’è portata via, e anche lui si era ammalato ma è riuscito a guarire. Ora sarà premiato per quel gesto d’amore. L’Associazione nazionale degli alpini ha deciso di tributargli una «menzione d’onore» e il 20 giugno sarà premiato come «Alpino dell’anno».

Lo dedico a mia moglie» ha detto al quotidiano di Piacenza «Libertà» Stefano Bozzini, che ha aggiunto: «Con tutto il cuore e l’amore che c’è stato tra di noi sarebbe stata una bella festa se ce l’avesse fatta». L’81enne, classe 1939, che ai raduni chiamano «Il Gianni Morandi degli Alpini», ha poi raccontato di come ogni giorno, da quando è mancata, vada a trovarla dove è sepolta: «Abito a circa un chilometro dal cimitero. Ogni mattina la vado a trovare. Là c’è una parte di me» ha aggiunto.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agrigento, il ritorno dei sarcofagi amatissimi dai viaggiatori del Grand Tour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono di nuovo in Cattedrale quattro capolavori greco-romani che in passato hanno ipnotizzato Goethe e altri importanti intellettuali di passaggio in Italia

“È l’anno dei compleanni a cifra tonda: il secolo del Vittoriale, dimora-palcoscenico della vita inimitabile di Gabriele d’Annunzio, i 1.600 anni di Venezia, i 2.600 di Agrigento. Traguardo che la città dei templi, al netto delle restrizioni pandemiche, ha salutato con il ritorno in Cattedrale di quel corpus di sarcofagi greco-romani, oggetto di sconfinata ammirazione da parte dei viaggiatori del Grand Tour. Quattro capolavori, trasferiti per ragioni di sicurezza in altre sedi (chiesa di San Nicola e Museo Archeologico Regionale) in seguito alla frana del 1966 e riaccolti, dopo un esilio di oltre mezzo secolo, in un nuovo spazio espositivo al Museo Diocesano, allestito con supporti multimediali finalizzati a magnificare storia, fascino, mistero di questi marmi mirabilmente lavorati e scolpiti.

Un richiamo ineludibile per i globe-trotter del passato che, dopo l’abbagliante full immersion nella Valle dei Templi, guadagnavano stancamente il colle di Girgenti per un ulteriore supplemento di meraviglia. Erano le penombre della chiesa madre di San Gerlando — accattivante aggregazione di stili, dal normanno al barocco attraverso il gotico chiaramontano e il rinascimento — a custodire il patrimonio di antiche sepolture. Le due più lineari di età greca; le altre, più complesse, d’epoca romana: il sepolcro detto delle «donne coronarie» per le figure impegnate nell’intreccio di corone d’alloro e la superstar del gruppo, il sarcofago di Ippolito e Fedra (II-III secolo d.C.). «Magnifica Arca» rinvenuta nel 1750 nella necropoli di Agrigentum, sviluppa con rilievi superbi il mito tragico di una passione incestuosa, quella di Fedra, sposa di Teseo, re di Atene, per il figliastro Ippolito. Respinta dal giovane, la regina lo accusò per vendetta di averla violata e si tolse la vita. Il sarcofago diventa una delle opere più famose d’Europa in virtù dell’entusiastica descrizione apparsa nel Viaggio in Sicilia e Magna Grecia del barone Joseph Hermann von Riedesel, che vi si imbatte in un giorno di marzo del 1767. Le sue parole accendono di curiosità anche Johann Wolfgang von Goethe, che sacrifica Siracusa e Selinunte a favore di Agrigento e nel suo Viaggio in Italia scrive, a sua volta, «di non avere mai veduto nulla di più ammirevole in fatto di altorilievi».

Una bellezza da brividi

Sebbene alcuni autori ottocenteschi abbiano giudicato l’opera un «monumento di mediocre scultura», in quanto «difettosa e ineguale», la fama del sarcofago giunge intatta fino in Russia grazie al letterato Avraam Sergeevič Norov (traduttore di alcuni frammenti della Commedia dantesca), per il quale la sua bellezza «scuote i nostri sentimenti quanto le tragedie di Euripide e Racine». Meta di un eccezionale flusso di visitatori, il sarcofago viene tenuto sotto chiave e mostrato a discrezione di un sagrestano, il cui arbitrio lascia a becco asciutto molti viaggiatori, che ripartono senza averlo potuto ammirare. Non è tra questi lo scrittore e diplomatico tedesco Carl August Schneegans, che ne rimane ipnotizzato, tanto da non riuscire a staccare lo sguardo, per poi affermare che l’opera giustificherebbe da sola il lungo, tortuoso, disagevole viaggio fin lì.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

200 anni dalla morte di Napoleone: gli Uffizi preparano una mostra all’Elba per il 5 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Nelle intenzioni del direttore degli Uffizi la mostra dovrebbe tenersi per il 5 maggio 2021, in occasione dei due secoli dalla morte di Napoleone Bonaparte. Sull’isola d’Elba potrebbero arrivare i capolavori delle gallerie, dando avvio all’idea degli Uffizi diffusi, che la Regione Toscana si prepara a finanziare con una legge quadro.

Una mostra per il bicentenario dalla morte di Napoleone. A promuovere l’evento che dovrebbe tenersi sull’Isola d’Elba, dove Bonaparte ebbe un esilio breve, anche se molto importante, regnandovi per dieci mesi, dal 3 Maggio del 1814 al 26 febbraio del 1815. La data che il direttore degli Uffizi si augura possa essere quella giusta è il 5 maggio 2021, quando saranno duecento anni dalla morte del generale francese. Ma l’idea che è alla base del sopralluogo di ieri sull’isola, e che prende sempre più quota dopo l’annuncio del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani di una legge regionale di finanziamento è quella degli Uffizi diffusi, pallino del direttore tempo, a maggior ragione da quando la pandemia ha sconvolto le possibilità del turismo internazionale. L’idea è cercare di “portare sul territorio la grande quantità di opere che abbiamo in deposito, è giusto riportarle dove possono raccontare i singoli capitoli di una grande storia, la storia culturale della Toscana”.”

Fanpage

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprile 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual è il ruolo della genetica nei disturbi alimentari?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Sono diversi i disturbi alimentari la cui genesi è ricondotta ad elementi psicologici, psichiatrici o fattori ambientali. Recenti studi hanno evidenziato come la componente genetica possa avere un impatto rilevante nello sviluppo delle patologie

I disturbi alimentari si presentano come una patologia molto diffusa. Si stima ne sia affetto tra il 5 ed il 7,5% della popolazione e che siano in grado di generare notevole sofferenza e ampie ricadute sociali sfavorevoli.

Le malattie alimentari principali sono tre: anoressia nervosa, bulimia nervosa e sindrome da alimentazione incontrollata (anche nota come “binge eating”). All’insorgenza di queste patologie si associano, di solito, elementi di tipo ambientale e culturale, con riferimento prevalentemente alla narrazione veicolata dai mass e dai social media nei quali, sovente, la magrezza assurge a canone di riferimento estetico, a indice di successo, di realizzazione personale e di salubrità. Vi sono migliaia di account Instagram lì a testimoniarlo.

Un recente studio condotto dall’ospedale San Raffaele di Milano ha evidenziato come, durante la pandemia, vi sia stata una recrudescenza, specialmente tra gli adolescenti, dell’insorgenza di disturbi alimentari, in particolare di tipo anoressico: si stima un incremento nei nuovi casi di queste patologie di circa il 30% rispetto allo scorso anno, con numerosi eventi di ricaduta. Anoressia nervosa, bulimia e sindrome da alimentazione incontrollata, seppur generalmente più diffusi tra le ragazze, non hanno risparmiato gli uomini: si nota, ad esempio, un preoccupante aumento dei casi di ragazzi anoressici.

Altri aspetti tradizionalmente considerati nello sviluppo di disturbi alimentari afferiscono alla sfera psicologica e psichiatrica, dove si evidenzia come l’influsso di genitori ipercritici o che tendano ad essere troppo presenti e invadenti nella vita dei figli, un basso livello di autostima, una disfunzionale tendenza al perfezionismo e, in generale, la presenza di problematiche relazionali in famiglia possano favorire la genesi e lo sviluppo di queste malattie.

Recenti ricerche, condotte da un pool di studiosi americani ed europei principalmente sull’anoressia nervosa, pubblicate sia su The American Journal of Psychiatry che sulla rivista del dipartimento di psichiatria dell’Università del North Carolina, hanno suggerito che la presenza di alcune alterazioni genetiche possa giocare, sull’insorgenza della malattia, un ruolo autonomo rispetto ai fattori di rischio psicologico, psichiatrico ed ambientale-culturale generalmente considerati.”

Il Giornale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia cambia colore. Spunta la data della riapertura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 regioni in zona rossa e 11 in arancione. Gli alunni tornano in classe e i governatori premono per aprire il 20 aprile

“Terminato il periodo pasquale da domani, martedì 6 aprile, ritornano i colori per le regioni e da mercoledì si riaprono le scuole. Dopo tre giorni di lockdown tornano a cambiare le regole.

Regioni arancioni e rosse

Saranno due regioni e una provincia a cambiare colore, ovvero il Veneto, le Marche e la Provincia di Trento che diventeranno arancioni.

Con loro anche Sicilia, Sardegna, Basilicata, Molise, Abruzzo, Lazio, Umbria, Liguria, più la Provincia autonoma di Bolzano. In rosso ci saranno invece, a causa dell’incidenza superiore alla soglia di 250 casi per 100mila abitanti, Valle d’Aosta (380), Piemonte (337), Friuli Venezia Giulia (331), Puglia (318), Emilia-Romagna (297), Lombardia (268), Toscana (260). Calabria e Campania dovranno restare colorate di rosso per almeno altre due settimane, dato che mostrano un valore dell’Rt, l’indice di contagio, superiore a 1,25. Anche la Valle d’Aosta supera questo valore.

Riapertura scuola in presenza

Dal prossimo mercoledì, 7 aprile, fino alla fine del mese, riapriranno in presenza le classi fino alla prima media anche se situate in zona rossa, e non sarà possibile per le Regioni firmare ordinanze più restrittive. Probabilmente, la scuola primaria e la prima media inferiore saranno in classe in tutta Italia fino alla fine dell’anno scolastico. In zona arancione tutti gli alunni fino alla terza media potranno seguire le lezioni in presenza. Per gli alunni delle superiori dovrà essere “garantita l’attività didattica in presenza ad almeno il 50 per cento, e fino a un massimo del 75 per cento”. Il governo, secondo quanto contenuto nell’ultimo Decreto Covid, potrebbe decidere di allentare le restrizioni, in quanto l’obiettivo è quello di riportare in presenza tutti gli studenti. Nell’articolo di legge, che entrerà nel prossimo Consiglio dei ministri, viene spiegato che “dal 7 aprile al 30 aprile è assicurato in presenza sull’intero territorio nazionale lo svolgimento dei servizi educativi per l’infanzia dell’attività scolastica e didattica dell’infanzia, della scuola primaria e del primo anno di frequenza della scuola secondaria di primo grado”. Subito dopo viene riportato che “la disposizione di cui al primo periodo non può essere derogata da provvedimenti dei presidenti delle Regioni e delle province autonome”. Nessuna possibilità quindi per i governatori di cambiare l’ordinanza, come era invece avvenuto in passato.

Il caso della Puglia

Dal 7 aprile al 30 aprile l’attività didattica delle scuole di ogni ordine e grado in Puglia si svolge in applicazione dell’articolo 2 del decreto-legge 1 aprile 2021 n.44 (Disposizioni urgenti per le attività scolastiche e didattiche delle scuole di ogni ordine e grado). Lo prevede una ordinanza firmata dal presidente della Regione Michele Emiliano relativa a “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da covid19″. In applicazione della possibilità di deroga prevista nella seconda parte del comma 1 dell’articolo 2 del decreto-legge 1 aprile 2021 n.44, “le istituzioni scolastiche della scuola primaria, della secondaria di primo grado, di secondo grado e nei Centri provinciali di istruzione degli adulti devono garantire la didattica digitale integrata a tutti gli alunni le cui famiglie richiedano espressamente di adottarla, in luogo dell’attività in presenza”. Questo è quanto previsto nell’ultima ordinanza firmata dal presidente della Regione, Michele Emiliano.

Saranno circa 230mila i bambini che faranno ritorno negli asili nido. Ovvero sono quelli che fino a ieri sono rimasti a casa, e cioè il 72% dei 323mila bimbi di età compresa tra 0 e 3 anni, iscritti ai servizi educativi per l’infanzia. Saranno soprattutto le regioni del Nord a beneficiare della nuova ordinanza, dato che a causa delle ultime restrizioni, solo il 3,8% dei bambini del Nord-Est e l’8,6% del Nord-Ovest iscritti ai nidi potevano frequentarli.

Ritorno in Italia: quarantena prorogata

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha prorogato al prossimo 30 aprile le misure che regolano l’ingresso in Italia, con la quarantena di 5 giorni, per tutti coloro che hanno soggiornato o transitato nei 14 giorni precedenti nei Paesi della Comunità europea. A partire dal 7 aprile saranno classificati nell’Elenco C, come Stati sicuri, anche l’Austria (con limitazioni specifiche per la Regione del Tirolo, dove resterà in vigore la quarantena di due settimane per chi arriva), Israele, il Regno Unito e l’Irlanda del Nord. Per il viaggiatore che proviene da questi Paesi o dagli altri già contemplati in lista (Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca con incluse isole Faer Oer e Groenlandia, Estonia, Finlandia, Francia compresi Guadalupa, Martinica, Guyana, Riunione, Mayotte ed esclusi altri territori situati al di fuori del continente europeo, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi ad eccezione dei territori situati al di fuori del continente europeo, Polonia, Portogallo incluse Azzorre e Madeira, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna inclusi territori nel continente africano, Svezia, Ungheria, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera, Andorra e Principato di Monaco) non sarà più obbligatorio stare in isolamento fiduciario per due settimane. L’ordinanza di Speranza prevede infatti che, per coloro che fanno rientro in Italia, sia obbligatorio:

sottoporsi a tampone (molecolare o antigenico) effettuato nelle 48 ore prima dell’ingresso in Italia e il cui risultato sia negativo;

sottoporsi, indipendentemente dall’esito del test molecolare o antigenico, alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di 5 giorni

sottoporsi al termine dell’isolamento di cinque giorni a un altro test molecolare o antigenico. Resta invariato l’obbligo di quarantena di 14 giorni per chi è stato nei Paesi al di fuori dell’Unione Europea.

Pressing delle regioni per riaprire il 20

Le Regioni sono in pressing per poter riaprire dal 20 aprile. Vi è la possibilità che la prossima settimana venga convocata la Cabina di regia del governo per parlare di eventuali riaperture. Il provvedimento potrebbe essere contenuto in una delibera che dovrebbe essere approvata in Cdm. Le regioni vorrebbero valutare le riaperture subito dopo il 20 aprile, nel caso venga riscontrato un miglioramento dei dati epidemiologici. Dal mese di maggio potrebbero riaprire anche le attività chiuse da mesi, come per esempio le palestre.”

Il Giornale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I giganti del web spie per il fisco

 

 

 

 

 

 

I redditi guadagnati online senza segreti per il fisco dal 1° gennaio 2023. Ieri il consiglio europeo ha approvato definitivamente la riforma della direttiva sulla cooperazione amministrativa (Dac7) che trasforma in spie per gli erari Amazon, Instagram, Airbnb e tutti i giganti del digitale

“Il redditi guadagnati online senza segreti per il fisco dal 1° gennaio 2023. Ieri il consiglio europeo ha approvato definitivamente la riforma della direttiva sulla cooperazione amministrativa (Dac7) che trasforma in spie per gli erari Amazon, Instagram, Airbnb e tutti i giganti del digitale (si veda ItaliaOggi del 2/12/2020). Le piattaforme saranno obbligate a comunicare in un paese membro i guadagni online dagli utenti, e i paesi membri dovranno condividere le informazioni con il paese in cui il venditore detiene la propria residenza. La commissione prevede un gettito fiscale aggiuntivo di circa 30 miliardi di euro in tutta la Ue. La direttiva sarà ora pubblicata in Guue; gli stati membri dovranno recepirla entro il 31 dicembre 2022, con lo scambio attivo dal primo gennaio 2023. Tra i dati comunicati sono previsti il nome, l’indirizzo codice fiscale, il numero di identificazione Iva, data di nascita del venditore, il conto corrente su cui il corrispettivo è pagato. Regole speciali per chi affitta immobili. Qualora il venditore fornisca servizi di affitto, devono essere comunicati anche l’indirizzo di ogni annuncio immobiliare, i dati catastali, il corrispettivo totale pagato e, se disponibile, il numero di giorni in cui ciascun immobile è stato affittato. Lo scopo della direttiva è quello di rendere trasparenti redditi percepiti attraverso le piattaforme digitali. Il consiglio ha spiegato come «un numero elevato e in costante aumento di privati e imprese utilizza le piattaforme digitali per vendere beni o fornire servizi». Tuttavia, spesso questi redditi «non sono dichiarati e le relative imposte non vengono versate, in particolare quando tali piattaforme digitali operano in diversi paesi». Il risultato è che gli stati membri perdono gettito e gli operatori commerciali attivi sulle piattaforme digitali godono di vantaggio indebito rispetto alle imprese tradizionali. Altri emendamenti alla direttiva sulla cooperazione amministrativa riguardano i cosiddetti «gruppi di contribuenti». Le agenzie a volte necessitano di richiedere informazioni su contribuenti che possono essere individuati solo sulla base di una serie di caratteristiche comuni. Si prevedono anche miglioramenti nelle regole per effettuare controlli simultanei in più stati membri e per permettere ai funzionari delle Entrate di essere presenti in un altro stato membro durante un’indagine.”

ItaliaOggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si parla sempre dei danni del fumo

ai polmoni. E gli altri organi?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fumo è una concausa di ipertensione arteriosa che aumenta le probabilità di malattie cardiovascolari ,specie se è associato a diabete, sedentarietà, età avanzata

“Si parla tanto di fumo e tumori. Giusto Sono sicura che il fumo è una delle prime cause di tumore, soprattutto per alcuni tipi, come quello del polmone. Mi sembra che però si sottolinei poco quanto il fumo danneggi il nostro «piccolo quotidiano» o comunque influenzi patologie magari meno «spaventose» del tumore, ma comunque assai frequenti e insidiose. Sono infermiera e lavoro in un ambulatorio di diabetologia e, molto spesso, ho la sensazione che i nostri pazienti non siano consapevoli di questi aspetti legati al fumo. Che cosa potete dirmi su questo? Insomma potete aiutarmi a metter meglio in guardia i nostri pazienti dai pericoli del fumo?

Lei ha ragione: anche se ci sono aspetti in cui il fumo ha un «macro» effetto negativo (come per esempio quello da lei citato, ovvero il rischio aumentato di tumore al polmone), è possibile rintracciare i danni del fumo in moltissime aree legate non solo alla salute, ma anche all’estetica, alle prestazioni fisiche e mentali, al benessere psicologico.

Le «altre» patologie

Abbiamo da poco scritto su questo argomento sul blog dell’Istituto Nazionale dei Tumori e in sintesi le posso intanto dire che il fumo è una concausa di ipertensione arteriosa, un fattore di rischio che aumenta le probabilità di incorrere in malattie cardiovascolari come infarto, ictus, trombosi, embolia polmonare, aneurisma dell’aorta (addominale), in particolare se è associato a diabete, sedentarietà, utilizzo di contraccettivi ormonali ed età avanzata. Senza tralasciare i danni cronici che il fumo provoca sui vasi arteriosi, come la perdita di elasticità e la predisposizione alla formazione di placche aterosclerotiche.

Fumo e diabete

Fumo e diabete sono poi molto più correlati di quanto si pensi. Obesità, fattori genetici e fumo sono infatti fattori di rischio riconosciuti per lo sviluppo dell’insulino-resistenza, da cui può avere origine il diabete di tipo 2, quello non insulino-dipendente. Il fumo può accelerare l’insorgenza della malattia nelle persone a rischio e per chi è diabetico può aggravare le complicanze, in particolare quelle cardiovascolari. Polmoni anneriti, meno elastici e infiammati, tosse e catarro sono quasi una costante nei fumatori. Il 20 per cento di chi fuma soffre di Bpco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Si tratta di una malattia che può arrivare a essere fortemente invalidante e che causa infezioni respiratorie ripetute e frequenti crisi di «fame d’aria», cioè la difficoltà a far uscire l’aria dai polmoni e farne entrare di nuova, ricca di ossigeno.

Difficoltà a procreare

I fumatori, donne e uomini, hanno poi maggiori difficoltà a diventare genitori. Nelle donne il fumo può aumentare non soltanto i problemi di infertilità, ma anche incrementate la possibilità di aborto spontaneo o gravidanze extrauterine. E durante la gravidanza il fumo, anche se soltanto passivo, aumenta il rischio di parto prematuro ed è, come ormai noto, associato ad un basso peso alla nascita. Negli uomini, infine, il fumo compromette la qualità del liquido seminale e agisce anche, a livello circolatorio e neurologico, nel concorrere all’impotenza sessuale.”

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La lavanda di Luisa e Gaetano: la Sicilia profuma di Provenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano D’Anca e Luisa Montalto sono rientrati nella loro terra da Verona e hanno preso le redini della azienda di famiglia. Oggi con «Le Antiche Tradizioni» insieme a ulivi e mandorli coltivano l’antica pianta officinale

“La migliore lavanda si trova in Sicilia. La più profumata e la più colorata, con una punta di viola particolarmente vivace, che brilla tra l’oro dei grani antichi. Merito del sole siciliano. E della passione di Luisa e Gaetano, marito e moglie, che nel 2006 hanno deciso di coltivarla. A Caltanissetta, nell’entroterra dell’Isola. Tra spighe generose, ulivi e mandorli. Nati tra quei campi, dopo anni vissuti a Verona per motivi di lavoro, Gaetano D’Anca e Luisa Montalto nel 1997 tornano in Sicilia e decidono di ampliare l’azienda agricola che il padre di lui aveva avviato già nel 1951. Tutto a regime biologico. La ribattezzano «Le Antiche Tradizioni» e oggi la gestiscono con una conduzione familiare, insieme con le figlie Sofia e Giada, di 26 e 24 anni. «Abbiamo unito la passione di Gaetano per la terra con la mia passione per i dolci, il pane e la pizza», racconta Luisa: «La passione porta sempre a casa». Con qualche idea nuova «perché volevamo fare anche qualcosa di diverso rispetto a ciò che c’era già. Avevamo pensato all’elicicoltura, ma la coltivazione delle lumache non ci sembrava avere grande sbocco e abbiamo optato per la lavanda, dopo aver letto un articolo su una cooperativa di Bologna che la coltivava».

All’inizio non ci credeva nessuno», prosegue Gaetano, perito agrario che per lavoro però faceva l’agente di polizia penitenziaria. «Ci dicevano che il sole siciliano e le temperature alte non erano adatte alla coltivazione della lavanda, ma io non ero d’accordo. Così abbiamo avviato un campo sperimentale con alcune varietà provenienti dalla Provenza. In effetti l’angustifolia non cresceva, perché ha bisogno di un clima di montagna, mentre il lavandino ibrido si adattava benissimo».

Adesso Gaetano e Luisa coltivano un ettaro e mezzo delle loro terre con questa pianta perenne dalla tipica infiorescenza a spiga, color lavanda appunto: tanto è particolare la sua sfumatura da aver dato il nome a una tonalità precisa della scala dei viola. Che «il clima, sempre mediterraneo ma diverso tra Provenza e Sicilia, e il terreno di questa zona rendono particolarmente intensa, così come fanno con il suo odore: non a caso la nostra lavanda la esportiamo in Italia e in Francia, dove la usano per miscelare le produzioni locali» spiega Gaetano. Dal meteo stagionale dipende anche la fase della fioritura che «anticipa a giugno se esplode presto il caldo estivo, mentre si spinge in avanti verso luglio se le temperature si mantengono più fresche». A quel punto il raccolto – in due fasi – deve essere fatto entro una settimana, dieci giorni al massimo, «per garantire la migliore maturazione dell’infiorescenza, usata per i mazzi destinati ai fiorai e per l’estrazione degli oli essenziali, mentre i calici sgranati noi li usiamo in cucina».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia ha bloccato l’export di vaccini AstraZeneca dall’Ue all’Australia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il governo italiano ha proposto alla Commissione europea di bloccare l’esportazione di vaccini AstraZeneca prodotti nell’Ue verso l’Australia, e la Commissione ha dato il suo ok – vista anche la «penuria di dosi» in Europa

“Il governo italiano, guidato da Mario Draghi, ha proposto all’Unione europea di bloccare l’export di oltre 250 mila dosi di vaccino contro il Covid AstraZeneca dirette all’Australia. La mossa, motivata dalla «penuria di dosi» di vaccino nell’Unione europea, è stata approvata dalla Commissione, guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen, con la quale ieri Draghi aveva avuto una lunga telefonata.

Si tratta del primo utilizzo, da parte dell’Ue, di un meccanismo di blocco varato a gennaio nei confronti delle case farmaceutiche.

Quale meccanismo è stato usato per bloccare l’esportazione?

Secondo una fonte diplomatica citata dall’agenzia Agi, «la competente autorità italiana ha ricevuto una richiesta di autorizzazione all’esportazione di vaccini anti Covid-19 da parte di AstraZeneca. La richiesta è stata fatta ai sensi del Regolamento di esecuzione Ue 2021/111 della Commissione, approvato lo scorso 30 gennaio, “che subordina l’esportazione di taluni prodotti alla presentazione di un’autorizzazione di esportazione”. Il 26 febbraio l’Italia ha inviato la proposta di decisione di non autorizzazione alla Commissione europea che ha l’ultima parola, come previsto dal regolamento. Il 2 marzo la proposta italiana di diniego dell’autorizzazione ha incontrato il favore della Commissione europea. Di conseguenza, il ministero degli Affari Esteri ha provveduto ad emanare formalmente il provvedimento di diniego all’esportazione».

Le polemiche tra Ue e AstraZeneca

La decisione — largamente simbolica, visto il numero esiguo di dosi — pone l’accento sulla frustrazione che i 27 Paesi dell’Unione iniziano a provare di fronte a campagne vaccinali che si muovono più lentamente rispetto a quanto avvenga negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, e a inadempienze da parte delle case farmaceutiche produttrici dei vaccini approvati dall’Ema, l’autorità per il farmaco europea (e cioè quello di Pfizer-BioNTech, di Moderna e di AstraZeneca). L’Ue ha vaccinato circa l’8 per cento della sua popolazione; in Gran Bretagna la percentuale è di oltre il 30 per cento. L’Australia è all’inizio della sua campagna vaccinale.

AstraZeneca è stata nelle scorse settimane al centro di polemiche perché, a fronte di un accordo per consegnare 80 milioni di dosi entro il primo trimestre del 2021, riuscirà a produrne meno della metà.

L’ad della casa anglo-svedese, Pascal Soirot, ha sostenuto che i ritardi siano motivati da problemi produttivi, e ha negato che dietro l’inadempienza contrattuale ci sia il tentativo di dirottare dosi verso altri Paesi.

Quante dosi ha comprato l’Ue, e chi può esser vaccinato con AstraZeneca

L’Ue — che ha 450 milioni di abitanti — ha firmato contratti in grado di garantire, teoricamente, 400 milioni di dosi del solo vaccino AstraZeneca, e un totale di 2 miliardi di dosi con 6 diversi produttori. La Commissione ha comunicato di essere pronta a vaccinare il 70 per cento dei cittadini entro la fine dell’estate.

La Germania ha appena autorizzato l’uso del vaccino di AstraZeneca anche per gli over 65. Il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza, ha chiesto una verifica per poter seguire questa stessa linea. Attualmente l’indicazione in Italia per l’utilizzo di questo vaccino riguarda la fascia di età 18-65 anni. L’Ema aveva autorizzato il vaccino AstraZeneca per l’utilizzo nei soggetti a partire dai 18 anni e senza limiti di età .” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caltabellotta, il paese Covid-free in cui vive Antonio Turturici, l’uomo più longevo d’Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Caltabellotta (Ag), il paese dove vive l’uomo più longevo d’Italia, la pandemia non ha fatto vittime grazie allo stile di vita dei suoi abitanti e alle cure parentali

“È il paese dove vive l’uomo più longevo d’Italia, Antonio Turturici, 109 anni. Fino a pochi mesi fa una sua compaesana era la donna più longeva d’Italia, giunta a 114 anni e 6 mesi. È il piccolo comune di Caltabellotta, in provincia di Agrigento, che con 3.334 abitanti presenta eccezioni da capogiro: 335 anziani tra gli 80 e gli 89 anni, 83 persone tra i 90 e i 99 anni e quattro ultracentenari, tra cui, appunto Antonio. La pandemia ha insegnato a guardare loro con molta attenzione, tutelarli dapprima con la distanza, ora, in aggiunta, con le vaccinazioni, al via per gli over 80 proprio in questi giorni in tutt’Italia.

Il segreto di lunga vita nei geni e nel clima

E qui ad attenderli nell’Eden dell’età ci sono loro, insieme ai familiari. «Proprio l’affetto dei figli e dei nipoti è uno dei nostri segreti», dice Calogero Cattano, sindaco di Caltabellotta. «Alla base di tutto, certo, non possiamo escludere una buona matrice di natura genetica che poco potrebbe, però, senza l’alimentazione sana, la salubrità dell’aria e il tranquillo modo di vivere. Il traffico è molto ridotto, lo stress anche e si lavora nei campi». Proprio come Antonino, così lo chiamano, che per tutta la vita è stato un contadino. «Mio papà ha sempre goduto di ottima salute, l’alimentazione era genuina perché coltivava quel che mangiavamo, perfino il grano per il pane», dice Biagia Turturici. «Ha smesso di guidare solo a 94 anni e fino a quattro anni fa c’era ancora mia mamma: la vita è stata generosa con noi».

Molte famiglie del paese sono da generazioni contadini e ancora oggi ognuno produce il suo olio nel proprio appezzamento di terreno. L’oliva biancolilla, tipica di queste zone, la fa da padrona e sicuramente «un cucchiaio del nostro olio ogni giorno è tra i fattori che allungano la vita», dice il sindaco Cattano. Il paese si trova a 750 metri dal livello del mare, circondato dal verde. Eppure, tutti i benefici della natura non spiegano anche il buon umore che si registra tra gli abitanti: «Gli anziani le risponderebbero: io anziano? No, io mi sento giovane», continua il sindaco. «C’è solo una spiegazione: l’affetto che loro avvertono li fa stare bene. Qui a Caltabellotta gli anziani sono curati in famiglia dalle famiglie, le Rsa non sono un’ipotesi percorribile o è proprio l’ultima spiaggia. È un vantaggio che continuino a vivere nel loro ambiente e che non subiscano traumi. La solitudine non ha spazio visto il grande numero di nipoti e figli che li accudiscono». Ma il virus fa paura e, per questo, l’attenzione è massima. A oggi «siamo a zero casi da inizio pandemia», assicura il sindaco che, senza dubbio, definisce Caltabellotta «un’isola felice».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La variante inglese di Covid in Italia rappresenta quasi un caso su 5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indagine a campione su oltre 3.500 tamponi commissionata da ministero della Salute e Iss per mappare la diffusione della variante inglese. Diffusione più alta delle attese

“Quasi il 20% dei casi positivi in Italia (1 su 5, esattamente il 17,8%) appartiene alla variante inglese, B.1.1.7. Lo dice un’indagine a campione prevista su oltre 3.500 tamponi commissionata da ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità (ISS) per mappare la diffusione della variante, dopo i casi riscontrati in alcune zone di Italia. «In questa fase delicata dell’epidemia si conferma la circolazione diffusa di varianti virali a più elevata trasmissibilità nel nostro Paese».

I risultati

«C’è una circolazione sostenuta della variante, che probabilmente è destinata a diventare quella prevalentenei prossimi mesi», si legge nella nota. I test e sequenziamenti sono stati fatti a partire da due giorni consecutivi, il 4 e il 5 febbraio, e relativi a persone positive al tampone molecolare con data di prelievo nei giorni 3 e 4 febbraio. I campioni analizzati sono stati in totale 852 per 82 laboratori (meno dei 3.500 previsti), provenienti da 16 regioni e province autonome, ripartiti in base alla popolazione. Sono stati scelti garantendo una rappresentatività geografica all’interno della Regione e, quindi, del Paese. Il dato, che sfiora il 20%, supera quindi l’ipotesi di partenza, ossia una circolazione del 5% della variante. In Francia la prevalenza è del 20-25%, in Germania sopra il 20%, si legge nel comunicato del ministero, che annuncia che l’indagine sarà ripetuta.

La variante inglese è più contagiosa, almeno del 50% in più, e il campionamento è stato deciso dopo alcune segnalazioni in zone che avevano visto aumentare in modo anomalo i contagi.Conoscerne diffusione e tracciarla è il primo passo per prendere decisioni su eventuali azioni di contenimento. Il ministero ricorda che le vaccinazioni in uso in Italia sono efficaci anche contro la variante inglese. Le misure di contenimento usuali (mascherine, distanziamento, lockdown) sono valide anche contro la variante B.1.1.7. Sul tavolo del Comitato tecnico Scientifico (Cts) c’è l’ipotesi di ripristinare l’obbligo di tampone negativo prima di concludere la quarantena, come deciso in Lombardia.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Contro il mio avo Dante una condanna politica. Quel processo è da rifare”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La revisione proposta da Sperello Alighieri, al lavoro gli avvocati. «Quelle sentenze forse il frutto avvelenato della politica che usò la giustizia per colpire un avversario»

“«Sono stati processi politici e le pene d’esilio e di morte inflitte a Dante, mio carissimo avo, sono ingiuste e mai sono state cancellate come accaduto con Galileo Galilei. E dunque, se le leggi ce lo consentiranno, chiederemo la revisione», conferma Sperello di Serego Alighieri, astrofisico dell’osservatorio di Arcetri, rappresentante della diciannovesima generazione del Sommo Poeta.

Codice procedura penale

A suggerire l’idea all’Alighieri scienziato è stato uno degli studi penalistici più blasonati di Firenze, guidato dall’avvocato Alessandro Traversi, docente universitario di Diritto processuale penale. Che è arrivato alla conclusione che un nuovo processo a Dante non è affatto un’utopia, nonostante i sette secoli trascorsi. Gli articoli 629, 630 e 632 del codice di procedura penale stabiliscono infatti che è suscettibile di revisione qualsiasi sentenza passata in giudicato qualora emergano nuove prove che dimostrino l’innocenza del condannato. La richiesta non ha limiti di tempo e può essere proposta da un erede del condannato stesso. Così è stato chiesto il parere a Sperello Alighieri che ha subito accettato con entusiasmo.

Le due condanne

Ma prima di far partire le eventuali procedure, Traversi e i suoi colleghi di studio hanno deciso di organizzare un convegno al quale parteciperanno alti magistrati, giuristi, storici e linguisti, per verificare anche ogni possibile aspetto tecnico. All’evento prenderanno parte tra gli altri Margherita Cassano, presidente aggiunto della Cassazione e Mauro Iacoviello già procuratore generale aggiunto della Suprema corte. «Sono due le condanne inflitte a Dante — spiega Alessandro Traversi —. La prima all’esilio, la seconda a morte e sarà interessante capire se alla luce degli Statuti Fiorentini del tempo e degli attuali principi giuridici i due giudizi potranno essere suscettibili di revisione». Dante Alighieri fu condannato nel 1302 con una sentenza di Cante de’ Gabrielli da Gubbio, allora podestà del Comune di Firenze.

Appuntamento a maggio

«Non solo per reati politici — ricorda ancora Traversi — ma anche per gravi e infamanti reati comuni simili ai delitti contro la pubblica amministrazione commessi da pubblico ufficiale (Dante era stato priore, ndr) contemplati nell’attuale codice penale. Tra questi quello di “baratteria”, come si diceva al tempo, ovvero una sorta di corruzione o traffico di influenze illecite». Furono giusti processi? Probabilmente no ed è per questo che i giuristi, ma anche gli storici e i linguisti, hanno deciso di riaprire il cold case più celebre della storia. «Per chiederci se furono sentenze di regolari procedimenti giudiziari — sottolinea Traversi — o invece solo il frutto avvelenato della politica che usò strumentalmente la giustizia per colpire un avversario». L’evento è previsto per il 21 maggio, oltre all’erede di Alighieri ci sarà anche Antoine de Gabrielli, manager francese, discendente del podestà che condannò Dante.” Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le origini del Farro tra Romani ed Etruschi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Prima dell’avvento del grano duro, il grano vestito, o più propriamente farro, era l’alimento principale nella dieta delle popolazioni antiche. In Egitto fu ritrovato nelle tombe dei Faraoni, ma probabilmente venne importato dalla Palestina. Attraverso gli scambi commerciali si diffuse in tutto il Mediterraneo arrivando nella penisola

Italica intorno al VII secolo a.c. La sua coltivazione avveniva principalmente nella Tuscia e nel Lazio, e proprio per questo diventò il cibo quotidiano, come oggi sono per noi il pane e la pasta, di Romani ed Etruschi.

Con questo grano si celebrava anche il rito matrimoniale (confarreatio) nel mondo classico romano. Una cerimonia molto aristocratica che, dopo il sacrificio a Giove, vedeva donata agli sposi una focaccia di farro (farrum) da spezzare e consumare assieme.

Con il farro si preparava il puls, una sorta di poltiglia corrispondente alla polenta diffusa in Grecia, ottenuta impastando con acqua calda la farina di alcuni cereali: l’orzo, altre volte il miglio, ma molto più frequentemente quello che Plinio, definendolo “il primo cibo dell’antico Lazio”, chiama “far” (farro). La farina, inoltre, deriva proprio dal far, come indica anche la parola. Catone, custode delle tradizioni e “ispiratore” della distruzione di Cartagine, tramandò una ricetta per preparare la puls… alla cartaginese: “La puls punica si cuoce così: si mette in acqua una libbra di for di farina, si fa una pasta morbida, si mette in un recipiente pulito con tre libbre di formaggio fresco, mezza libbra di miele, un uovo; si mescola bene il tutto. Poi si travasa in una pentola”.

Oggi in alcune aree dell’Italia centrale, come in Garfagnana, c’è un’importante produzione di farro e la tradizione alimentare legata a questo cereale è ancora forte. Il farro è utilizzato in tutte le preparazioni culinarie, dall’antipasto al dolce, ed ha importanti proprietà: è ricco di nutrienti e di selenio, importantissimo per contrastare i radicali liberi, contiene le vitamine A,B,C,E, calcio, fosforo sodio, magnesio e potassio.” Cultura Identità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2021:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia Ha Un Problema Con I Vaccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La campagna vaccinale contro il Covid in Italia si è aperta con non poche polemiche. In realtà le difficoltà riscontrate in questa occasione non rappresentano una novità: nel nostro Paese la diffidenza verso i vaccini è sempre stata molto importante e questo è storicamente testimoniato sul fronte politico ma anche su quello culturale. L’Italia ha sempre investito poco sulle campagne di vaccinazione e gli italiani si sono approcciati a questo strumento con non poca diffidenza: i numeri degli anni passati parlano chiaro. Nonostante tutti i costi sostenuti per l’acquisto dei vaccini, il loro importo è stato sempre ritenuto poco ponderato rispetto alle adesioni del pubblico.

Quanto sta spendendo l’Italia per i vaccini contro il Covid?

Ammonterebbe a circa un miliardo e mezzo di euro la spesa che l’Italia potrebbe sostenere in totale per l’acquisto dei vaccini contro il coronavirus. Da quando, per errore, il ministro del bilancio del Belgio Eva De Bleeker ha pubblicato su Twitter l’ammontare dei contratti firmati tra le case farmaceutiche e Bruxelles, sono divenuti noti i costi dei vaccini acquistati dall’Ue per combattere la pandemia. In barba alle clausole di riservatezza nate per tutelare la concorrenza tra le case farmaceutiche, è divenuto noto il costo di ogni dose di vaccino e, se la matematica non è un’opinione, anche la spesa che l’Italia si appresta a sostenere. Il podio per il costo più elevato è riservato ai vaccini Pfizer/Biontech, per un ammontare di 12 Euro e a quelli di Modernaper un importo di 18 Dollari su ogni singola dose. La spesa dovrebbe essere più sostenibile con i vaccini di AstraZeneca che sin dall’inizio ha annunciato dei prezzi no profit per un importo di 1,78 Euro a dose.

In quel Tweet sfuggito dalle mani del ministro De Bleeker e subito cancellato, sono emersi altri costi per singole dosi: 8,50 Dollari per i vaccini di Johnson & Johnson, 7,56 Euro per Sanofi/GSK e 10 Euro per CureVac. Ed ecco che facendo quattro calcoli non è stato difficile arrivare alla spesa tutta made in Italy per i prossimi mesi. Ovviamente l’importo potrà subire delle variazioni qualora alcuni di questi vaccini non dovessero superare l’ok dell’Ema.

Quanto ha speso l’Italia in vaccini negli ultimi anni?

Secondo i dati pubblicati dall’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, nel 2017 sono stati spesi 488 milioni di Euro per l’acquisto di tutti i vaccini obbligatori e non. Ben 130 milioni di euro in più rispetto al 2016. L’aumento della spesa è stato giustificato da una maggiore attenzione verso i vaccini  anti-meningococcici, antimorbillo, compresi quelli tetravalenti con la componente anti-varicella e i vaccini anti-pneumococcici. Sempre come riportato dall’Aifa, oltre il 48% della spesa ha riguardato il vaccino esavalente, seguito dal vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia-Varicella (MPRV). Nel 2017 è stata sostenuta un’importante spesa sui vaccini che presentavano un costo medio per dose più alto rispetto a quelli usati nel 2016.

L’aumento dei costi di solito può dipendere da fattori legati alla disponibilità di nuove alternative terapeutiche all’interno di ciascuna classe di vaccino ma anche dalle scelte messe in atto dalle Regioni. Quasi tutti i vaccini sono inseriti nella cosiddetta fascia C e quindi fanno parte di quei farmaci il cui prezzo al pubblico viene direttamente fissato dalle case farmaceutiche. Per tutti i farmaci appartenenti alla fascia C la legge prevede la possibilità di aumentarne il prezzo al pubblico il mese di gennaio di tutti gli anni dispari, cosa che è accaduta nel gennaio del 2017. I dati registrati in quell’anno dimostrano come l’Italia, anche prima della pandemia in corso, abbia riservato ai vaccini spese non indifferenti nonostante le poche adesioni del pubblico.

Quella diffidenza che parte da lontano

La politica non ha investito molto sulle campagne di vaccinazione, la società italiana dal canto suo raramente si è dimostrata disposta ad usare i vaccini. Con maggior riferimento agli anni pre Covid. I dati del ministro della Sanità e dell’Istituto Superiore di Sanità del 2019 in tal senso parlano chiaro. La copertura vaccinale è stata del 15.8%. Vale a dire che meno di una persona su tre si è fatta il vaccino contro le influenze stagionali. Un rapporto che sale a poco più di uno su due solo tra gli over 60. L’origine della diffidenza verso i vaccini è possibile scovarla andando a spulciare sempre tra i dati del ministero. In particolare, c’è una data che funge da spartiacque ed è quella del 2010: in quell’anno si è raggiunto il record della copertura vaccinale, arrivata addirittura al 66% tra gli anziani. Da lì in poi i numeri hanno iniziato a ridimensionarsi.

Quella data forse non è casuale. Il 2010 è stato infatti l’anno del flop della campagna di vaccinazione contro il virus A/H1N1, più noto come influenza suina. L’Oms già nel 2009 aveva dischiarato lo stato di pandemia, dando il via libera a una corsa all’acquisto del vaccino da parte dei governi di tutto il mondo. Dopo però un allarme globale, la temuta ondata epidemica non è mai arrivata. E milioni di dosi prodotte dall’azienda Novartis sono rimaste inutilizzate. Questo è accaduto anche in Italia: il governo di allora ha speso 184 milioni di Euro per l’acquisto di dieci milioni di dosi, di queste quelle realmente somministrate sono state appena 865.000. Da allora nel nostro Paese l’uso del vaccino è stato spesso al centro di polemiche: dai costi ritenuti eccessivi, alla diffidenza di buona parte della popolazione, fino ad arrivare alle recenti teorie no Va . Elementi che, alla vigilia della campagna di vaccinazione anti Covid, hanno pesato e non poco per l’orientamento dell’opinione pubblica.

La gestione della spesa sui vaccini nel nostro Paese

Oltre a investimenti ritenuti superflui e alla diffidenza della popolazione, le campagne vaccinali del passato in Italia si sono dovute scontrare con la gestione dei soldi sborsati per i vaccini. Si è speso male ma anche, se non soprattutto, in modo profondamente disorganizzato. Un allarme in tal senso è stato lanciato nel 2017 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato esterno. In Italia, sul fronte dell’acquisto dei vaccini, non è mai esistita una centrale unica nazionale in grado di contrattare un prezzo con le aziende farmaceutiche. Al contrario, esistono qualcosa come 35mila diversi centri di acquisto, tra regioni, Asl, aziende ospedaliere e una miriade di realtà pubblico – private. Questo ha comportato negli anni una mancanza di uniformità nella spesa, ad esempio in molti casi uno stesso vaccino ha avuto costi differenti da regione a regione, oppure anche tra un’azienda e un’altra.

Un elemento che inoltre ha impedito più volte una programmazione unitaria della spesa per l’immunizzazione. Eppure è proprio da qui che occorrerebbe partire sia per arrivare a una maggiore efficienza che per attuare un contenimento dei costi: “Se è vero che i nuovi vaccini sono più costosi – dichiarava già nel 2015 su ilsole24Ore l’ordinario di Igiene all’università di Firenze, Paolo Bonanni – a causa della loro maggiore complessità e delle tecnologie protette da brevetto, è altrettanto vero che la spesa nella ricerca e nella produzione ha un ritorno in termini di salute pubblica e di risparmio da 10 a 100 volte superiore rispetto ai costi reali per le malattie, le ospedalizzazioni e l’assistenza”. Prevenire, in poche parole, sarebbe sempre meglio che curare.” InsideOver

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commercialisti formati anche via web

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Formazione a distanza per il 50% delle ore complessive invece che per il 20. Nuovi corsi specialistici per l’iscrizione nell’albo dei curatori, così come in quello dei revisori legali. Spinta alla collaborazione tra le varie organizzazioni. Sono questi i punti salienti delle modifiche al progetto Saf (Scuole di alta formazione) contenute nel documento elaborato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, secondo quanto risulta dall’informativa n. 2/2021 diffusa ieri dal Cndcec. Il testo va a integrare il progetto Saf approvato dal Cndcec nel marzo del 2015 e poi modificato nel 2018 «reso necessario al fine di fornire una adeguata risposta alla dinamica evoluzione delle istanze formative degli iscritti all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili», come si legge nel documento. Le Saf nella loro veste di strumenti finalizzati a consentire agli iscritti l’acquisizione di una specializzazione professionale, possono costituire il veicolo anche per l’organizzazione di corsi che consentano l’acquisizione di crediti obbligatori per il mantenimento dell’iscrizione in altri albi o registri.

Le modifiche vanno incontro alle novità dell’ultimo anno. In particolare, ovviamente, rispetto alla pandemia da Coronavirus. Infatti, aumenta il monte ore che potrà esser erogato a distanza, che passa dal 20% al 50% delle 200 ore che compongono il corso. Modifiche anche in materia di nuovo codice della crisi di impresa; la riforma infatti prevede la costituzione di un albo dei curatori, la cui iscrizione o il mantenimento della stessa è subordinata anche a degli obblighi formativi. Le Saf provvederanno quindi a organizzare corsi specialistici che vadano proprio in questa direzione e non solo per l’albo dei curatori; stessa cosa per quello dei revisori legali dei conti, degli enti locali, degli amministratori giudiziari e più in generale «in tutti gli albi/elenchi/registri che prevedono, per il mantenimento dell’iscrizione, l’acquisizione di un certo numero di crediti formativi obbligatori con cadenza periodica». Saranno inoltre organizzati corsi brevi su «temi specialistici e/o innovativi, tali da consentire lo svolgimento di determinate attività professionali nell’area economico-giuridica (che richiedono l’assolvimento di un obbligo formativo periodico) o da individuare nuove opportunità di ampliamento della sfera di attività degli iscritti all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e migliorarne/aggiornarne le competenze tecniche in determinate aree». ItaliaOggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Alighieri, 700 anni fa la morte: a Firenze la mostra (online) con i disegni di Federico Zuccari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Uffizi mettono in Rete immagini e testi mai visti prima: «A Riveder le Stelle» raccoglie 88 tavole del pittore manierista, celebre per aver affrescato la Cupola del Brunelleschi. Per la prima volta visibili le opere digitalizzate in alta definizione

di Marco Gasperetti

“«Sono opere straordinarie che solo in pochi hanno avuto il privilegio di vedere e neppure nella loro completezza. Da oggi, grazie alle nuove tecnologie, i disegni diventano patrimonio di tutti e credo che sia il modo migliore per onorare Dante Alighieri». A parlare è il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt che, insieme agli auguri di buon anno, presenta l’evento («con grande orgoglio», precisa) che apre il Settecentenario dalla morte di del Sommo poeta rendono pubbliche e accessibili le 88 tavole del pittore manierista Federico Zuccari, l’artista che ha affrescato la Cupola del Brunelleschi a Firenze. La mostra, per ora virtuale sul sito della prestigiosa Galleria, si chiama «A Riveder le Stelle» mostra le opere digitalizzate per la prima volta in alta definizione.

«Sono i disegni che illustrano la Commedia – spiega ancora Schmidt – realizzati alla fine del ‘500 che Zuccari realizzò poco dopo aver affrescato la cupola di Santa Maria del Fiore. Tutte le opere sono accompagnate da scritti didattici di Donatella Fratini, curatrice dei disegni dal ‘500 al ‘700 custoditi agli Uffizi». Come si legge in una nota della Galleria, la collezione disegnata in Spagna, arrivò al museo fiorentino grazie a Maria Luisa de’ Medici, l’Elettrice Palatina, ed è stata esposta al pubblico, parzialmente, soltanto in due occasioni.

Il motivo? I preziosi disegni dello Zuccari sono rimasti perlopiù noti a un pubblico ristretto di studiosi e appassionati. «Come tutte le opere su carta essi sono custoditi in ambienti protetti, termoregolati, senza luce e possono essere esposti solo ogni cinque anni – spiegano agli Uffizi -. Anche da qui deriva la scelta degli Uffizi di digitalizzare nella sua completezza, rendendolo disponibile a tutti, questo consistente nucleo di fogli fisicamente fragile e per sua natura non adatto ad esser consultato regolarmente». Una curiosità: i disegni erano anticamente rilegati in un volume: «Aprendolo, all’illustrazione sulla pagina destra corrispondeva, a sinistra, la trascrizione dei versi del poema e un breve commento dello stesso artista. – spiega il direttore Schmidt – E anche questi testi sono inclusi nella mostra».

Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia ha i migliori ricercatori d’Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ROMA – Il Paese, il nostro Paese, ha i migliori ricercatori d’Europa. E le migliori ricercatrici. Per la prima volta, prendendoci tutti un pezzo di gloria che in verità è da ascrivere a questi post-dottorati da almeno sette anni, l’Italia ha il numero maggiore di scienziati premiati nel continente con i Consolidator Grants, i premi istituti nel 2013 dal Consiglio europeo della ricerca, prima emanazione scientifica dell’Unione.

Ai nostri ricercatori sono andati, per l’edizione 2020 dei CoG, 47 premi, che non sono solo riconoscimenti ad honorem, ma vere e proprie borse di studio significative – 2 milioni di euro in cinque anni – pensate per consolidare la ricerca sul campo. Nella “classifica per passaporto”, dietro di noi c’è la Germania con 45 ricercatori, quindi la Francia con 27, il Regno Unito con 24, Spagna e Olanda con 21. Il risultato complessivo è ancora più importante se si considera che l’anno scorso eravamo quarti in Europa con 23 “grants”: nell’edizione di questo dicembre, in un anno di ricerca accelerata dalle esigenze pandemiche, abbiamo più che raddoppiato i riconoscimenti (e le sovvenzioni). 

Dei 47 vincitori, 23 sono donne. E sono più del doppio delle ricercatrici premiate in Germania, seconde in questa graduatoria orientata per genere. Un exploit notevole.

La qualità della ricerca italiana è zavorrata da un problema atavico: solo 17 (dei 47 grants di nazionalità italiana) sono stati ottenuti da ricercatori che operano in università o centri di ricerca nazionali. Trenta sono stati vinti all’estero, e renderanno migliori università straniere (come l’Accademia austriaca delle scienze, l’Università di Basilea, l’Istituto di tecnologia di Zurigo, l’Università di Lugano e quella di Friburgo, il Cnrs francese). Siamo in crescita rispetto al 2019, quando soltanto 7 premi furono assegnati in Italia, ma in questo tipo di rankingcontinentale, “per nazione”, scendiamo siamo all’ottavo posto a pari merito con Israele.

Le proposte selezionate in tutta Europa sono state 327, su 2.506, per 655 milioni di euro assegnati. Germania e Regno Unito guidano, con 50 riconoscimenti a testa, la scienza europea, seguiti da Francia (34) e Olanda (29).” La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Press: Italian

 

 

 

 

 

 

Dante:

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.”